
L’Italia democratica lanci la sfida di un governo ombra in Europa
24 Febbraio 2026Astensionismo, come rispondere alla crisi di rappresentanza e di credibilità
di Stefano Vaccari
“L’astensionismo è un problema per la democrazia?”. La risposta, purtroppo, non può che essere affermativa visto che la conferma arriva dagli stessi elettori come evidenzia il rapporto Fragilitalia Legacoop Ipsos che abbiamo presentato alla Camera nei giorni scorsi. Tre italiani su quattro ritengono l’astensione un grande problema.
Occorre partire da questo dato per tentare di intraprendere riflessioni ed azioni utili per innestare un cambiamento necessario preoccupati come siamo delle sorti del nostro sistema democratico.
Sosteneva Aristotele che le due condizioni essenziali per garantire la democrazia erano l’amicizia civile tra i cittadini e la riduzione della disuguaglianza.
La prima, l’amicizia civile, consisteva in un legame di buona volontà, concordia e cooperazione tra concittadini, che mirava al bene comune e alla reciproca utilità. L’amicizia civile è il “più grande bene” per la città – diceva Aristotele – in quanto funge da collante sociale e previene le rivoluzioni, perché si basa sulla proporzione e sulla reciprocità.
Ed il principale ostacolo alla stabilità democratica, era la disuguaglianza economica estrema tra ricchi e poveri. Una disparità che genera invidia, disprezzo e conflitto civile.
Aristotele fu il primo anche a ritenere che la costituzione migliore sia quella formata prevalentemente dalla classe media, poiché sono più propensi alla moderazione, all’amicizia civile e a evitare gli estremi comportamenti della ricchezza o della povertà.
Sono partito da un classico perché i dati del rapporto Legacoop Ipsos attestano un significativo indebolimento della “amicizia civile” e ad un aumento delle disuguaglianze, quali condizioni decisive che mettono in pericolo la democrazia.
C’è un dato infatti tra i tanti che esemplifica la situazione problematica che stiamo vivendo: quasi un italiano su due non vota più. Alle elezioni politiche del 2022 l’affluenza si è fermata attorno al 64%. Alle ultime elezioni europee è scesa sotto il 50%. Non è un episodio isolato. È una tendenza che dura da anni.
Questo non è soltanto un problema statistico. È un segnale politico profondo. È la manifestazione di una crisi del sistema di rappresentanza che sta erodendo il rapporto tra cittadini e istituzioni. E quando si incrina quel rapporto, si indebolisce la democrazia stessa.
I dati di affluenza al voto delle ultime sei elezioni regionali lo hanno confermato ed aggravato: l’astensionismo elettorale è passato, in pochi decenni, da fenomeno marginale a elemento strutturale di molte democrazie contemporanee compresa quella italiana. In diversi Paesi europei, andare a votare è ormai una scelta minoritaria in numerose consultazioni, soprattutto locali e referendarie. I dati comparativi dell’OCSE e di International IDEA mostrano, nel lungo periodo, una tendenza alla diminuzione della partecipazione, con differenze significative tra Paesi ma con un trend comune: il voto non è più percepito come un dovere civico quasi ovvio per le generazioni che combatterono per ottenerlo nella democrazia, bensì come un’opzione tra le altre.
Questo fenomeno non è solo un indicatore di disaffezione ma è un problema di qualità democratica. Un’astensione elevata, soprattutto se socialmente selettiva (giovani, poveri, periferie), altera la rappresentatività delle istituzioni e può mettere in discussione la loro legittimità sostanziale, anche quando la legittimità formale è pienamente rispettata.
A livello europeo, studi recenti sulle tendenze del turnout tra i Paesi UE mostrano un quadro variegato ma convergente. La partecipazione elettorale, rispetto agli anni ’70-’80, è in media più bassa e più volatile. Un report del progetto TrueDem (2024) documenta come in numerose democrazie europee il voto sia sceso stabilmente sotto il 70%, con cali particolarmente marcati in alcuni Paesi dell’Europa occidentale e meridionale, come l’Italia.
Il caso italiano è particolarmente significativo, perché il Paese era storicamente caratterizzato da una partecipazione molto alta, spesso oltre il 90% nelle elezioni della Prima Repubblica. Nelle elezioni politiche del 2018 l’affluenza si è attestata attorno al 72,9%, ma nel 2022 è scesa al 63,9%, il livello più basso nella storia della Repubblica. Anche nelle ultime elezioni regionali il dato è allarmante. Meno di un cittadino su due appunto, si è recato a votare.
Il rapporto FragilItalia conferma approfondendo questa tendenza strutturale. Tra coloro che non votano oltre un terzo indica come motivo principale la mancanza di fiducia nei leader politici. Ancora più significativo è che due terzi degli astenuti considera la disillusione verso i partiti un fattore “molto” o “determinante” nella scelta di non votare. Richiamando l’insoddisfazione per le politiche economiche e che nessuno affronti seriamente il problema della pressione fiscale. Questo significa che l’astensione è strettamente connessa alla percezione di inefficacia della politica sulle questioni concrete che incidono sulla vita quotidiana delle persone. Non si tratta di semplice disinteresse ma è una frattura nel rapporto di fiducia.
Per capire l’astensionismo non basta quindi soltanto guardare agli elettori ma bisogna interrogarsi su chi li rappresenta e la qualità della democrazia. Ne ha scritto meglio di me il collega Federico Fornaro nel suo ultimo libro. I partiti politici, per decenni, nel dopoguerra “repubblicano” in particolare, sono stati il principale canale di mediazione tra società e istituzioni, “palestre” dove si faceva un’alfabetizzazione alla nuova vita civile e democratica. Da oltre 20 anni questa funzione non viene più svolta da quelle organizzazioni ed è “sostituita” impropriamente dai nuovi luoghi sociali delle piattaforme digitali, governate dagli algoritmi.
Il professor Leonardo Becchetti qualche settimana fa su Avvenire ha scritto un editoriale molto condivisibile e che conteneva una proposta molto seria e vera.
Siccome le Agorà digitali – scrive Becchetti – sono diventate un luogo centrale nell’interazione e dello scambio tra esseri umani, ma sono ahimè un terreno di gioco truccato dagli algoritmi secondo logiche economiche e per manipolare il consenso, serve regolamentare e rendere trasparenti questi algoritmi per salvare la democrazia, in Italia e nel mondo.
Anche perché un algoritmo che amplifica sistematicamente contenuti aggressivi e penalizza quelli dialogici entra in conflitto con principi costituzionali richiamando l’art. 21 sulla libertà di espressione come diritto a partecipare a un dibattito pubblico non distorto da meccanismi opachi di visibilità. Oppure richiama l’art 3 perché crea una disuguaglianza di fatto nell’accesso alla sfera pubblica, ovvero l’art 1 perché la sovranità popolare per essere esercitata richiede cittadini informati e un’opinione pubblica non manipolata.
L’astensione infatti non è socialmente neutra. Quasi un astenuto su due, ci racconta che la propria situazione economica personale incide sulla decisione di non votare. Chi vive condizioni di maggiore fragilità economica e sociale tende più facilmente a sentirsi escluso, non rappresentato, distante dalle istituzioni. In altre parole, proprio chi avrebbe più bisogno di una politica efficace e inclusiva, in grado di proporre una visione di futuro, è spesso chi resta fuori dal processo democratico e partecipativo anche per effetto degli algoritmi. Quelle distanze, generate dalle disuguaglianze, invece rischiano di approfondirsi ulteriormente per gli effetti della guerra in Iran sulle catene di approvigionamento di petrolio e gas, che porteranno già nell’immediato un aumento dei costi energetici per famiglie e imprese.
Il rapporto ci conferma che non siamo di fronte a un disimpegno irreversibile, dicendo che i cittadini tornerebbero a votare se esistesse un candidato o un partito in cui si sentono pienamente rappresentati. La crisi è seria, ma non definitiva. È una crisi di rappresentanza e di credibilità, non un rigetto delle regole democratiche ancorché da cambiare e aggiornare.
Il punto centrale è che una democrazia nella quale vota soltanto una minoranza è una democrazia più fragile, più esposta alla polarizzazione e più vulnerabile alla concentrazione del potere nelle mani di pochi, a partire dai proprietari delle piattaforme digitali.
Allo stesso tempo, il fatto che quasi i due terzi degli astenuti indichi la scarsa rappresentanza dei propri interessi come elemento determinante dimostra che il momento elettorale, da solo, non basta. Servono luoghi permanenti di partecipazione e confronto nei territori, nelle città, nelle comunità. Servono partiti capaci di tornare a essere spazi di elaborazione collettiva, non soltanto strumenti elettorali. Servono piattaforme digitali trasparenti che amplino la partecipazione senza impoverire o condizionare il dibattito democratico.
Il Premier spagnolo Sanchez ha annunciato su questo tema un pacchetto di misure che vanno nella direzione giusta: obbligo di trasparenza e pubblicazione degli algoritmi, responsabilità legale dei dirigenti, nuovi reati per la manipolazione algoritmica e l’amplificazione di contenuti illegali, monitoraggio dell’odio ed un rafforzamento dei sistemi di protezione e divieto verso i minori.
E’ una delle strade certo che però ci invita anche qui ad interrogarci sulle modalità concrete della partecipazione reale. Un astenuto su quattro decide a ridosso delle elezioni e un terzo ha maturato nel tempo una scelta strutturale di non voto. Questo ci dice che tempi, procedure e accessibilità contano.
L’astensionismo crea un circolo vizioso. Meno persone votano, più la politica si rivolge a segmenti ristretti e organizzati o peggio, le persone preferiscono una singola persona al comando disponibili anche a veder ristretta la democrazia pur di veder risolti i problemi; più la politica appare chiusa e autoreferenziale, meno cittadini ritengono che valga la pena partecipare.
Per invertire la tendenza non basta quindi solo un appello generico al “dovere di voto”. Servono interventi strutturali, su più livelli, che riguardino tanto le istituzioni quanto gli attori politici e la società civile.
Serve intervenire sulle cause profonde della disaffezione. La politica deve tornare a essere verificabile, trasparente, coerente. Il mandato elettivo non può essere percepito come una delega in bianco per cinque anni. Occorrono strumenti di rendicontazione chiari, periodici, accessibili a tutti come recita l’art. 49 della Costituzione ancora inattuato. La fiducia si ricostruisce attraverso la responsabilità, non attraverso la propaganda.
I cittadini non chiedono promesse generiche, ma proposte comprensibili, verificabili, credibili, perché se denunciano l’insoddisfazione per le politiche economiche e sociali, allora la lotta alle disuguaglianze che indicava Aristotele diventa una questione democratica prima ancora che sociale. Lavoro stabile, salari dignitosi, servizi pubblici efficienti, sanità territoriale, scuola di qualità non sono soltanto obiettivi programmatici ma sono le condizioni che rendono la democrazia inclusiva.
Quando la politica incide concretamente sulla vita delle persone, la partecipazione cresce. Quando appare distante o inefficace, la partecipazione al voto arretra.
Infine, se 3 italiani su 4 considerano l’astensionismo un problema serio per la democrazia, il valore del voto non è stato smarrito. È la fiducia nel sistema che si è incrinata. Per questo non si risponde alla crisi della democrazia comprimendo gli spazi democratici o concentrando ulteriormente il potere su pochi. La stabilità si costruisce investendo sull’amicizia civile, sulla cooperazione, su istituzioni forti e credibili, sulla regolamentazione delle piattaforme digitali e su una rappresentanza ampia, non su fondamenta sociali ristrette.
Senza trasformare per forza il voto in un obbligo sanzionato (scelta che ha pro e contro), ci sono anche misure che possono aumentare la partecipazione riducendo i costi di voto, avvicinandolo alle categorie e ai territori più fragili e semplificandolo per chi lavora e studia fuori dal comune di residenza.
L’obiettivo complessivo non è “gonfiare” artificialmente l’affluenza, ma eliminare barriere inutili che oggi trasformano l’indifferenza in astensione strutturale.
Non stiamo discutendo di un tema marginale. È la questione centrale della nostra epoca. Se metà del corpo elettorale si chiama fuori, il problema non è mai soltanto dei cittadini. È della politica e dei corpi intermedi. È della nostra capacità di rendere le istituzioni percepite come utili, giuste, vicine.
La democrazia non si consuma o sparisce in un giorno. Si indebolisce nel tempo, lentamente, quando le persone smettono di sentirla propria, quando pensano che partecipare sia inutile, quando ritengono che le decisioni vengano prese altrove, lontano da loro.
Il nostro compito è invertire questa traiettoria. Non con richiami moralistici al dovere di voto, ma con una politica che torni a essere credibile, concreta, inclusiva. Se vogliamo una Repubblica più forte, dobbiamo ricostruire il legame tra cittadini e istituzioni, restituire significato alla rappresentanza e fare in modo che ogni voto torni a essere percepito come un atto capace di incidere realmente sul futuro proprio e altrui.
Questa è la sfida democratica del nostro tempo per tutti, non solo per una parte. E non possiamo permetterci di fallirla.
