
Un’altra storia
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di Enzo Amendola
Una costante della destra italiana degli ultimi tre anni è una lotta senza quartiere a qualsiasi normativa europea che imponga una decarbonizzazione della produzione industriale europea. Non c’è Consiglio Europeo, sessione parlamentare a Strasburgo o Bruxelles o comizio elettorale a ogni latitudine dello stivale, in cui Meloni e i suoi prodi sostenitori ripetono in maniera rituale uno slogan: “per colpa del Green deal europeo il nostro continente affonda”.
Su questo contenuto sarebbe utile notare la corrispondenza di linguaggio e virulenza polemica con la destra MAGA americana o con altri “patrioti” europei ma, per brevità, ci soffermeremo sui malanni di casa nostra.
Alcune premesse storiche sono essenziali per non farsi trascinare nel gorgo propagandistico dei nazionalisti euroscettici col tricolore al petto.
La scelta di investire su un modello economico e produttivo ecosostenibile fu lanciato all’unanimità nel 2019 in un Consiglio europeo precedente allo scoppio del Covid. Si assunse il portato degli accordi sul Clima di Parigi come traiettoria per una riduzione sostanziale dell’emissione dei gas clima alteranti anche al netto della porzione europea, in percentuale, minore rispetto ai due giganti mondiali Usa e Cina o di altre economie minori in forte ascesa.
Nessuno all’epoca mise in discussione una direttrice netta sostenuta da tutte le evidenze scientifiche e le indicazioni in ambito ONU. Salvare il pianeta come priorità politica per lasciare alle nuove generazioni la garanzia di un ambiente protetto in un mondo sempre più interconnesso.
Insomma, fu una scelta consapevole e unanime di tutte le famiglie politiche europee e dei vertici di ognuno dei ventisette, fuori da differenze ideologiche o opportunismi legati ai singoli interessi nazionali. Tale accordo fu ribadito e sancito anche dal piano pandemico Next generation Eu nel 2020 che indicò come una fetta consistente dei 750 miliardi di euro dei fondi, distribuiti ai vari paesi, dovesse necessariamente essere destinata alla transizione ecologica, ossia risorse per industrie, agricoltura e comunità locali finalizzate alla neutralità climatica.
A questo orizzonte si aggiunse, mesi dopo la fine dell’emergenza covid, a conclusione del 2021, un piano articolato della commissione europea denominato “Fit for 55” per spingere su determinazioni comuni in vari segmenti dell’economia europea al fine di realizzare trasformazioni eco sostenibili. Obiettivo centrale era ed è quello di ridurre le emissioni nette di gas serra di almeno il 55% entro il 2030, rispetto ai livelli del 1990, per arrivare nel tempo ad una neutralità climatica.
Questo pacchetto composto da un buon numero di direttive e regolamenti planò sulla scrivania dei vari ministeri del Governo Draghi ma, ironia della sorte, alla caduta del governo di larghe intese i negoziati vennero ereditati dalla compagine Meloni.
Attenzione, quando sentite urlare “è tutta colpa del green deal europeo”, è buona educazione, oltre che per amore della verità, urlare più forte che le norme europee del “Fit for 55” sono state negoziate, finalizzate e sottoscritte tra fine 2022 e tutto il 2023, proprio dagli epigoni della destra di casa nostra.
La realtà dei fatti è più testarda degli strepiti urlati dai palchi comiziali.
Si potrebbe giudicare questa annotazione come puro tecnicismo procedurale ma alla fine è l’ennesimo tassello del ribaltamento della verità per fini propagandistici, a cui fa seguito la consueta noncuranza degli atti formali da parte degli opinionisti o dei cosiddetti stakeholder coinvolti.
Carte alla mano la destra italiana ai tavoli negoziali europei ha concorso a tutte le decisioni ratificate. Solo in un caso, il rappresentante italiano ha alzato il dito per segnalare il dissenso e modificare la proposta della Commissione. E’ avvenuto sul regolamento per porre fuori commercio i veicoli con motore endotermico a favore dell’alimentazione elettrica. Un dibattito molto intenso dovuto anche alla crisi delle case automobilistiche europee schiacciate dalla competizione dei produttori asiatici e con un ritorno drammatico di perdita nei posti di lavoro nelle industrie produttrici e nelle collegate filiere della componentistica.
La posizione negoziale dell’Italia, sostenuta da altri paesi all’insegna della richiesta di privilegiare la “neutralità tecnologica” (torneremo dopo sul termine) contro le tecnologie elettriche ha provocato una rimodulazione delle tempistiche di regolazione nel mercato automobilistico.
In altri casi, su altri dossier del Fit for 55, la voce della destra italiana è completamente scomparsa. Il caso più eclatante è sulle norme relative al cosiddetto ETS (emission trading system) ossia i certificati che le industrie inquinanti comprano per compensare le emissioni. In questo ambito si segnala una borsa nella acquisizione dei crediti aperta anche a soggetti finanziari con finalità speculative che fanno lievitare i costi nell’ accaparrarsi i certificati.
Su questa regolamentazione pochi giorni fa la Presidente Meloni si è scagliata in maniera contraria, a mio avviso anche con alcune ragioni, rilanciando la campagna contro il green deal che ammazza la produzione. Slogan efficace a cui dovrebbe seguire anche la metaforica fustigazione di chi per lei, ministro competente, nel 2023, ha ratificato la riforma degli ETS su cui Palazzo Chigi sta scatenando slogan e improperi.
Fin qui una necessaria e pedante sottolineatura della incoerenza di chi urla contro l’Europa matrigna sulle scelte ambientali ma le ha ratificate ai tavoli negoziali.
Adesso passiamo al merito e ai contenuti contraddittori dell’aggressione al green deal nei discorsi della Premier Meloni. Chi scrive non ha mai lesinato puntualizzazioni critiche su alcune formulazioni delle direttive o dei regolamenti del Fit for 55 anche in tempi non sospetti; fa fede analisi Orlando -Amendola su Il Foglio 12 Luglio 2022, proprio quando i testi legislativi europei venivano presentati dalla Commissione europea.
Sia ben chiaro, da parte nostra la necessità di procedere verso una economia ecosostenibile non può e non deve essere messa in discussione.
Saremmo come dei “sonnambuli” dinanzi agli stravolgimenti prodotti dal cambiamento climatico. Così come non si possono evitare di considerare le proiezioni sul fabbisogno energetico a livello globale che lieviterà in maniera consistente, viste le dinamiche demografiche e la richiesta dell’attuale modello di capitalismo digitale, con la necessità di alimentare lo sviluppo tecnologico.
Per queste ragioni il limite del pacchetto Fit for 55 non è assolutamente nelle finalità come blatera la destra europea, ma piuttosto su una mancanza di risorse economiche per spingere sulla trasformazione manifatturiera, della produzione agricola e della gestione del territorio, non limitandosi ad una pura regolamentazione basata esclusivamente su cronoprogrammi realizzativi.
Ed è proprio su questo punto che entra in contraddizione la posizione “ideologica” del Governo Meloni poiché da un lato usano la richiesta di “neutralità tecnologica” per rallentare le tempistiche del Green deal, dall’altro si oppongono a qualsiasi strumento europeo, in primis i bond, per finanziare ricerca e sviluppo applicata alla produzione europea.
Il sovranismo euroscettico alla fine sbatte contro l’interesse nazionale italiano.
Soprattutto il nostro modello economico con una rete di imprese di prima grandezza in Europa ha bisogno di un sostegno degno delle indicazioni presenti nel Report Draghi sulla competitività. Fondi comuni per alimentare “beni comuni” europei a partire dalla ricerca applicata, il sostegno ai revamping industriali o la costruzione di nuove infrastrutture energetiche che uniscano il continente.
Ma la destra italiana, ripeto, da un lato agita il drappo rosso contro le scelte ambientali europee, dall’altro si defila quando bisogna battagliare contro i soliti profeti frugali che rifiutano scelte comuni d’investimento su scala europea.
Un paese come l’Italia con una crescita sotto l’uno per cento e con i fondi del Pnrr a consunzione nel 2026, non riuscirebbe mai a reggere con le sue poche risorse ad un salto di produttività del nostro sistema economico nello scenario iper competitivo globale. Rimandare le scelte crogiolandosi su un passato che non ritorna è la principale suggestione di chi attacca il Green deal europeo oggi. Tutto all’insegna di più Stato e meno Europa.
In alternativa, dovrebbe essere auspicabile per la Sinistra europea non recedere sulla visione di un modello economico rispettoso del limite ambientale. E’ uno dei paradigmi culturali su cui proporre un nuovo motore europeista. Scelte non più rinviabili. Il timore della tenuta dei livelli occupazionali è essenziale, così come non è neutro il controllo della pervasività tecnologica sui nuovi modelli produttivi, mercato del lavoro e sui consumi.
Ma in definitiva, solo un salto nell’integrazione europea, con strumenti e beni comuni europei definiti, può garantire la tenuta sociale e lo sviluppo economico ecosostenibile.
La Sinistra deve unire le due sfide, unire i capitoli dell’ambiente e della crescita, dimostrando pragmaticamente come nella “comunità di destino” europea abbiamo la forza di reggere la competizione globale, oltre le chiacchiere ideologiche della destra nostrana.
