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Starmer sopravvive perché tutti vogliono vederlo cadere

Dentro e fuori il Labour nessuno ha interesse a cacciarlo prima del 5 maggio. Ma il vero rischio per i laburisti non è solo Farage: è lo spazio che si sta aprendo alla loro sinistra.

 

Dal 2015 prevedere la politica britannica è diventato un esercizio quasi impossibile. Un sistema un tempo stabile si è progressivamente frammentato, attraversato da spinte centrifughe che ne hanno incrinato gli equilibri tradizionali, fino ad assumere tratti che, per certi versi, ricordano la nostra Prima Repubblica.
Eppure, dentro questo quadro caotico, oggi una dinamica appare sorprendentemente leggibile: Keir Starmer è ancora a Downing Street nonostante una leadership debole perché, dentro e fuori il Labour, in molti hanno interesse a vederlo arrivare indebolito al prossimo passaggio elettorale.

È dentro questo equilibrio instabile, fatto di attese e calcoli incrociati, che va letto il voto del 5 maggio 2026, quando si terrà una tornata rilevante di elezioni amministrative in Inghilterra e si voterà per i parlamenti nazionali in Scozia e Galles.

Attorno a Starmer si muovono attori con interessi divergenti ma, paradossalmente, convergenti su un punto: nessuno ha davvero interesse a rimuoverlo ora, prima del voto.

La sinistra interna vede nella sua crisi l’occasione per chiudere definitivamente la stagione post-blairiana e riaprire una partita politica mai davvero conclusa dal 2015. La destra del partito, forte del controllo del gruppo parlamentare, preferisce un passaggio ordinato, ma solo dopo una sconfitta che renda inevitabile e legittimo il cambio di leadership.

All’esterno, le dinamiche non sono meno chiare. Reform UK, guidato da Nigel Farage, ha bisogno di confermare la propria crescita per non disperdere un consenso costruito rapidamente e su basi ancora instabili. I Conservatori, usciti devastati dalla crisi che li ha portati alla sconfitta del 2024, osservano e attendono, sperando di intercettare un eventuale riflusso dell’elettorato di destra oggi attratto da Farage. Forti anche dell’assestamento della leadership di Kemi Badenoch che, lentamente, sta conquistando il rispetto dei suoi parlamentari nel suo ruolo di Leader dell’Opposizione.

E soprattutto i Verdi puntano a consolidarsi come nuova casa politica della sinistra delusa dal Labour. I segnali di questa trasformazione arrivano da tutto il Regno Unito.

In Galles, dove dalla nascita del Senedd il Labour ha sempre espresso la maggioranza e guidato il governo – talvolta anche in coalizione con il Plaid Cymru – i sondaggi indicano oggi una possibile vittoria del partito nazionalista gallese. Sarebbe una sconfitta storica, la prima in quasi trent’anni. Non completamente imputabile alla leadership nazionale, ma inevitabilmente intrecciata con l’impopolarità del governo di Londra.

 

In Scozia il quadro è altrettanto complesso. Dopo gli anni turbolenti che hanno travolto la leadership dello Scottish National Party, il Labour aveva intravisto uno spazio di recupero. Ma quella finestra si è rapidamente richiusa. I sondaggi mostrano un nuovo arretramento e, soprattutto, si moltiplicano i segnali di frattura interna.

La sconfitta nella by-election di Gorton and Denton – collegio simbolico del nord dell’Inghilterra – ha segnato un punto di svolta: i laburisti sono scivolati al terzo posto, superati sia da Reform UK sia dai Verdi, questi ultimi vincitori per la prima volta nella loro storia in una elezione suppletiva. Un risultato che ha spinto il leader laburista scozzese Anas Sarwar a prendere apertamente le distanze da Starmer, arrivando a chiederne le dimissioni.

In Inghilterra, infine, il voto amministrativo coinvolgerà decine di città, grandi e piccole. Le previsioni indicano un risultato potenzialmente molto negativo per il Labour, con il rischio concreto di scivolare al terzo posto in numerosi contesti urbani e forse anche nel conteggio nazionale complessivo. È un voto a macchia di leopardo, non direttamente sovrapponibile alle elezioni politiche, ma il suo valore simbolico è elevatissimo: rappresenta il primo vero test per il governo a due anni dal proprio insediamento.

Starmer arriva a questo appuntamento più per inerzia che per forza politica. Nessuno dei possibili sfidanti ha avuto interesse a prendersi il partito prima di una tornata che si preannuncia sfavorevole. Anche per questo, nonostante le sconfitte e le polemiche degli ultimi mesi, è riuscito a resistere, sacrificando però il proprio capo di gabinetto Morgan McSweeney, figura centrale nella sua ascesa e nell’impostazione della linea politica del governo.

Il 5 maggio potrebbe dunque segnare la fine di quella che è stata definita una “passive premiership”. Non si tratta solo di una formula giornalistica efficace, ma della sintesi di una percezione ormai diffusa: quella di una leadership poco incisiva, priva di una chiara impronta politica e spesso più orientata alla gestione che alla direzione.

Starmer ha costruito la propria traiettoria sulla cautela. Prima da avvocato dei diritti umani e pubblico ministero, poi da leader politico. Ma questa stessa prudenza, una volta al governo, si è trasformata in difficoltà ad assumere posizioni nette.

La piattaforma con cui aveva conquistato la leadership del Labour – inizialmente in sostanziale continuità con l’esperienza corbyniana – è stata progressivamente abbandonata. Il suo percorso politico è stato segnato da riposizionamenti, correzioni di rotta, adattamenti continui a contesti mutevoli. Più che imporre una direzione, il governo ha spesso reagito agli eventi.

 

Il risultato è una posizione politicamente fragile. Alcune scelte hanno alienato una parte significativa dell’elettorato progressista, mentre altre non sono riuscite a convincere quello moderato. Starmer si trova così stretto tra dinamiche divergenti, senza aver consolidato un proprio blocco sociale di riferimento.

In questo contesto si spiegano anche le tensioni interne e le manovre per il dopo. Il tentativo di ostacolare la candidatura di Andy Burnham alle suppletive di Gorton – collegio nell’area metropolitana di Manchester, dove Burnham è sindaco con un forte consenso – va letto anche come un tentativo di contenere l’emergere di un potenziale sfidante alla leadership.

Le regole del Labour impongono che il leader sia membro della House of Commons, restringendo il campo dei possibili successori. Tra questi, Angela Rayner resta la figura più accreditata. La sua storia personale e politica continua a garantirle un forte radicamento interno, nonostante le recenti polemiche che non sembrano averne intaccato in modo significativo il consenso.

Ma il punto, ormai, non è soltanto chi verrà dopo Starmer.

Nel 2024 il Labour è arrivato al governo grazie al crollo dei Conservatori, travolti da una crisi che per molti aspetti appare ancora irrisolta. Ma, come spesso accade, i vuoti politici non restano tali a lungo.

Da un lato c’è Nigel Farage, la cui crescita appare inarrestabile ma che dovrà dimostrare di saper trasformare il consenso in risultati concreti nelle amministrative, evitando che il proprio elettorato resti un fenomeno di opinione più che una forza radicata.

Dall’altro lato ci sono i Verdi, che rappresentano la novità politica più significativa di questa fase. Non più forza confinata all’ambientalismo, ma soggetto politico che ambisce a rappresentare un’alternativa complessiva a sinistra: su diritti sociali, redistribuzione, politica estera.

È qui che si gioca la partita più delicata per il Labour.

Se i Verdi riuscissero a consolidare il proprio spazio elettorale, la crisi di Starmer smetterebbe di essere un problema di leadership e diventerebbe una crisi strutturale del partito. Non più un passaggio di fase, ma un cambiamento negli equilibri della rappresentanza politica.

Il 5 maggio, quindi, non dirà soltanto se Starmer è finito. Dirà se il sistema politico britannico sta entrando in una nuova fase, più frammentata e competitiva.

E soprattutto dirà se, alla sinistra del Labour, esiste ormai qualcosa di più di un semplice voto di protesta: un’alternativa politica credibile.

 

* Domenico Cerabona è il Direttore della Fondazione Giorgio Amendola