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Energia, deficit pubblico, assenza di strategia: le scorciatoie del Governo Meloni

La scelta del Governo Meloni di chiedere alla Commissione europea una deroga al nuovo Patto di stabilità per finanziare interventi contro il caro energia rappresenta un passaggio politico rilevante. Non soltanto per il merito della richiesta, ma perché certifica implicitamente un dato che l’esecutivo ha a lungo negato: il costo dell’energia è oggi il principale fattore di vulnerabilità economica e industriale del Paese.

Il punto, tuttavia, è capire come si affronta questa vulnerabilità. Ed è qui che emergono tutti i limiti dell’azione di Governo.

L’Italia arriva a questo appuntamento con un differenziale strutturale di prezzo dell’energia elettrica rispetto ai principali competitor europei che oscilla attorno ai 25 €/MWh rispetto alla Germania, ai 35 €/MWh rispetto alla Francia e ai 45 €/MWh rispetto alla Spagna. Un differenziale che pesa sulla competitività dell’industria manifatturiera, sulla capacità di attrarre investimenti e sul potere d’acquisto delle famiglie.

Il problema non nasce oggi. Ma dopo oltre tre anni di Governo Meloni è evidente che non esiste una strategia strutturale per ridurre il costo dell’energia in Italia. La richiesta di flessibilità europea rischia così di trasformarsi nell’ennesimo strumento emergenziale utile a finanziare misure temporanee, senza intervenire sulle cause profonde della crisi energetica italiana.

Il decreto-legge n. 21 del 2026, il cosiddetto “DL Bollette”, è l’emblema di questa impostazione. Il provvedimento si limita a redistribuire risorse già esistenti, senza modificare l’architettura del mercato elettrico e senza introdurre una vera politica industriale dell’energia. Le risorse per il bonus famiglie vulnerabili restano ferme a 315 milioni; il contributo straordinario da 115 euro per il 2026 non si cumula con quello precedente; non viene affrontato il nodo del prezzo marginale dell’elettricità agganciato al gas.

È una logica che rincorre l’emergenza anziché governare la trasformazione.

La lettera inviata a Bruxelles segna anche un altro elemento politico importante: il riconoscimento implicito che la governance economica europea, così come ridisegnata dal nuovo Patto di stabilità, rischia di comprimere gli spazi di investimento necessari per la transizione energetica e industriale. Questo tema è reale. Ma proprio per questo richiederebbe una posizione coerente e credibile da parte dell’Italia.

Non si può chiedere flessibilità europea per l’energia e contemporaneamente continuare a rallentare le rinnovabili, accumulare ritardi autorizzativi, prorogare il carbone fino al 2038 e depotenziare strumenti come Transizione 5.0.

La contraddizione è tutta qui.

Da un lato il Governo rivendica la necessità di proteggere imprese e famiglie dagli shock energetici; dall’altro continua a sostenere un modello che mantiene il sistema italiano strutturalmente dipendente dal gas e quindi esposto alla volatilità geopolitica internazionale.

Il conflitto in Medio Oriente e le tensioni sul mercato globale del gas hanno mostrato ancora una volta quanto fragile sia questa impostazione. Nel 2026 il TTF è tornato sopra i 60 €/MWh, con stoccaggi europei significativamente inferiori rispetto all’anno precedente e uno spread PSV-TTF persistentemente elevato. In un sistema elettrico ancora fondato sul meccanismo “pay-as-clear”, questo significa trasferire immediatamente il costo del gas all’intero prezzo dell’elettricità, comprese le produzioni rinnovabili e quelle già ammortizzate.

Il nodo centrale, dunque, non è soltanto quante risorse pubbliche utilizzare, ma quale modello energetico costruire.

Negli ultimi anni il dibattito pubblico italiano ha separato artificiosamente politica energetica e politica industriale. È un errore strategico. L’energia oggi è infrastruttura competitiva del sistema produttivo tanto quanto il credito, la logistica o il capitale umano.

Per questo serve una riforma strutturale del mercato elettrico europeo e nazionale.

Il Partito Democratico ha avanzato in Parlamento proposte precise: contratti per differenza (CfD) per ridurre la volatilità dei prezzi, strumenti anticiclici di stabilizzazione, disaccoppiamento della componente ETS dal prezzo marginale dell’elettricità, rafforzamento dei PPA di lungo periodo, utilizzo strutturale delle entrate ETS per abbattere gli oneri di sistema.

Il punto politico è semplice: le risorse straordinarie europee devono servire ad accompagnare una trasformazione strutturale del sistema energetico, non a finanziare misure tampone ogni volta che il prezzo del gas aumenta.

Anche perché gli spazi fiscali non sono infiniti. E continuare a utilizzare deficit pubblico per compensare gli effetti di un mercato energetico inefficiente significa scaricare sul debito futuro il costo dell’assenza di riforme.

Esiste inoltre una questione europea più ampia. La transizione energetica non può essere affrontata soltanto come politica climatica. È ormai politica industriale, politica geopolitica e politica di sicurezza economica. Stati Uniti e Cina stanno investendo massicciamente per consolidare leadership industriali nelle filiere strategiche dell’energia, delle batterie, delle reti, dell’idrogeno e delle tecnologie pulite. L’Europa rischia invece di restare schiacciata tra vincoli fiscali troppo rigidi e insufficiente capacità di coordinamento industriale.

Per questo la discussione sulla flessibilità del Patto non può limitarsi a una deroga temporanea. Serve una vera “golden rule europea” per gli investimenti energetici e industriali strategici. Una distinzione netta tra spesa corrente e investimenti che aumentano autonomia energetica, competitività industriale e resilienza del sistema produttivo europeo.

Ma per essere credibile su questo terreno l’Italia deve presentarsi in Europa con una strategia coerente. E oggi questa strategia non c’è.

La politica energetica del Governo Meloni continua a oscillare tra propaganda sovranista, interventi emergenziali e difesa dell’esistente. Manca una visione industriale della transizione. Manca una politica dei prezzi energetici. Manca una strategia di lungo periodo sulla sicurezza energetica e sulla competitività manifatturiera.

La richiesta di deroga al Patto rischia così di diventare il simbolo di un paradosso italiano: chiedere più spazio fiscale all’Europa per compensare problemi che il Governo non sta affrontando alla radice.

L’Italia ha bisogno di altro: una politica energetica europea più integrata, un mercato elettrico riformato, investimenti accelerati nelle rinnovabili e nelle reti, strumenti pubblici di stabilizzazione dei prezzi e una politica industriale capace di governare la transizione anziché subirla.

Vinicio Peluffo è deputato del Pd, Vicepresidente della Commissione Attività Produttive