
Oltre l’equilibrismo: perché l’Italia deve scegliere l’Europa
18 Febbraio 2026
Un’altra storia
18 Febbraio 2026Europa federale: perché o giochi o sei terreno di gioco
di Tommaso Nannicini
C’è una citazione di Jean Monnet che torna ogni volta che l’Europa si trova con le spalle al muro: “l’Europa avanza attraverso le crisi”. La usiamo come un talismano, la ripetiamo per consolarci quando tutto sembra crollare. Con il ritorno di Trump alla Casa Bianca, non poteva che tornare di moda. Trump come shock salutare. Trump come sveglia.
Attenzione però: nella storia europea, ci sono crisi e crisi. Alcune hanno prodotto salti in avanti veri, come l’euro dopo il crollo del muro di Berlino o il programma Next Generation EU dopo la pandemia. Di quelle crisi ci ricordiamo volentieri, perché confermano la profezia. Ma altre hanno generato mezze risposte o compromessi al ribasso. E quelle, bontà nostra, tendiamo a rimuoverle.
Le leadership europee, sul filo del telegrafo che unisce Berlino a Parigi, sembrano essersi accorte che nulla tornerà come prima. Di recente, il cancelliere tedesco Friedrich Merz su Foreign Affairs e il presidente francese Emmanuel Macron sul Financial Times hanno descritto un mondo hobbesiano, non più ordinato dal diritto, dove le dipendenze economiche diventano armi e le regole si piegano alla forza. Merz ha parlato senza giri di parole di “politica delle grandi potenze” che torna a dominare la scena. Macron ha evocato uno “shock profondo” per l’Europa, stretta tra “tsunami cinese” e “instabilità minuto per minuto” americana. Entrambi dicono: non possiamo più vivere in vacanza dalla storia. Fin qui, bene l’analisi. Il problema è il che fare.
Per decenni l’Europa si è potuta permettere due lussi. Il primo: le proprie divisioni. Divisioni utili al mercato politico interno di ogni paese e alle polemiche domestiche. Il secondo: una certa dose di ipocrisia. Difesa a parole dell’ordine liberale e del diritto internazionale, mentre dietro i riflettori del G7 e dei grandi convegni internazionali, c’era chi faceva il lavoro sporco per altri.
Questi due lussi, coltivati all’ombra dell’egemonia americana, non possiamo più permetterceli. Non perché l’alleanza transatlantica sia morta, ma perché non è più incondizionata. Merz lo dice con realismo: la collaborazione con gli Stati Uniti va ricostruita su basi nuove. Macron è più netto, e va al cuore del problema: gli Stati Uniti di Trump sono “apertamente antieuropei”. Per la serie: sveglia o finiremo per perdere la nostra indipendenza strategica. Non possiamo più permetterci divisioni e ipocrisie. Né tantomeno la miope convenienza di chi pensa di andare con il cappello in mano a Mar-a-Lago per strappare qualche concessione.
La domanda è se, di fronte a questa crisi geopolitica, l’Europa saprà darsi una scossa vera o solo posturale. Perché le posture non bastano più. Le conferenze stampa non bastano più. Gli accordi bilaterali evocativi non bastano più. Nelle scorse settimane, si è parlato di un presunto asse Merz-Meloni. Molta forma, poca sostanza. Una fotografia utile a entrambi per motivi interni, ma che non scioglie i nodi strutturali, dalla difesa comune a una politica industriale europea. La Germania parla di leadership europea ma frena sugli strumenti comuni. L’Italia si proclama ponte tra Washington e Bruxelles, ma esibisce un sovranismo da quattro soldi, come quando accetta di entrare da osservatrice in un board sostenuto da autocrati e ricconi che umilia la Palestina.
Grattando sotto la superficie, le questioni sono abbastanza semplici. Senza eurobond non c’è unione fiscale. Senza unione fiscale non ci sono risorse stabili per finanziare la crescita di un’Europa che non potrà più contare solo sull’export verso mercati aperti e prevedibili. Senza un bilancio comune non ci sono veri beni pubblici europei: difesa integrata, ricerca strategica, infrastrutture energetiche comuni, AI, sicurezza digitale. Macron lo dice apertamente: servono “massicci nuovi debiti comuni” per finanziare le tre grandi battaglie – intelligenza artificiale, transizione energetica, difesa. Merz insiste sulla necessità di colmare il divario tra ambizioni e capacità. Ma finché non si mette sul tavolo la mutualizzazione del debito in modo strutturale, restiamo nel regno delle posture.
C’è di più. In un’economia globalizzata che si sta trasformando in economia militarizzata (weaponized economy), anche la finanza è un’arma. Il dollaro non è solo una valuta: è uno strumento di potere. Un safe asset europeo, sostenuto da veri eurobond, combinato con un euro digitale credibile, sarebbe molto più di un esercizio tecnico. Sarebbe uno strumento di politica economica strategica. Capace di ridurre la vulnerabilità europea a sanzioni extraterritoriali. Capace, se necessario, di colpire chi ci vuole soggiogare.
Ha un costo? Certo. Comporta condivisione di rischio, disciplina comune, cessione di sovranità nazionale. Ma è l’unica strada per giocare la partita nel nuovo gioco. Nel mondo hobbesiano che Merz descrive e che Macron teme, o giochi o sei terreno di gioco.
Qui la politica italiana deve fare chiarezza. Il centrodestra deve smetterla di invocare più sovranità nazionale e più fondi europei nello stesso respiro, come un Orbán qualsiasi. Di dire che l’Italia vuole contare in Europa mentre strizza l’occhio all’ideologia antieuropea di Trump. Questa ambiguità non è solo insostenibile: danneggia l’interesse nazionale.
Il centrosinistra, però, non può limitarsi alla morale. Deve darsi una piattaforma credibile di federalismo europeo. Un federalismo pragmatico, non retorico. Senza ricadere nei tic del vecchio ordine multilaterale, quello in cui si pensava che bastassero le regole e non contassero i rapporti di forza. Per carità: le regole servono. Ma senza forza restano sulla carta. Serve una potenza europea, circoscritta e lungimirante. Non per dominare, ma per non essere dominati.
Se questa è davvero l’ora della verità, serve un’agenda chiara, europeista e progressista: unione fiscale permanente, eurobond strutturali, bilancio europeo espansivo, safe asset comune, accelerazione su difesa integrata e politica industriale europea, rafforzamento dell’euro digitale. Non come bandiere ideologiche, ma come strumenti di indipendenza strategica e quindi, in ultima analisi, di benessere e difesa del nostro sistema di welfare.
La crisi Trump non è un dono. È una sfida. Può diventare occasione solo se smettiamo di usarla come alibi retorico. Se abbandoniamo divisioni tattiche e ipocrisie. Se accettiamo che sovranità europea significa condividere rischi e potere. Se smettiamo di fare foto e iniziamo a fare istituzioni. Altrimenti, tra qualche anno, citeremo di nuovo Monnet. E ci chiederemo perché, stavolta, la crisi non ci ha resi più forti ma solo più marginali.
di Tommaso Nannicini
Economista, professore di economia politica all’Istituto Universitario Europeo
