Buon pomeriggio.
Un grande applauso per il Presidente Lula e per tutti i leader internazionali che ci accompagnano qui a Barcellona in questo fine settimana. E un grande applauso anche al Presidente Illa, Presidente della Catalogna, e al sindaco di Barcellona, Jaume Collboni, che è qui con noi. Grazie per la straordinaria mobilitazione del Partit dels Socialistes de Catalunya e dell’intero Stato.
Mi rende molto felice vedervi qui oggi, e per di più con un enorme sorriso. Benvenuti in questa splendida città di Barcellona, benvenuti in Catalogna, benvenuti in Spagna. Grazie per aver riempito questo spazio con la vostra presenza, con le vostre idee, con il vostro entusiasmo, con la vostra energia. Perché in qualche modo il futuro vi ha chiamato, ci ha chiamato, e voi avete saputo rispondere. Questa sala, peraltro, è risultata persino troppo piccola: c’è molta altra gente in altre sale, e da qui vogliamo ringraziare anche loro per essere presenti.
Tredici anni fa il Presidente dell’Uruguay, il grande Pepe Mujica, tenne un discorso alle Nazioni Unite. Lo fece in un momento di crisi economica, di frattura sociale, di guerre. Mujica riconobbe che le cose non andavano bene, che il futuro si prospettava grigio. Disse di sentirsi angosciato — al di là del piano politico, sul piano personale — per le sorti dell’umanità. Ma, ed è questo il punto, si impegnò a lottare per quel futuro, pur sapendo che non sarebbe arrivato a vederlo.
È allo stesso impegno che voglio richiamarmi oggi in questo intervento. So bene che l’orizzonte è carico di incertezze — ne abbiamo parlato in questi giorni. So che l’internazionale dell’ultradestra, e certe destre succubi di questa mancanza di idee capaci di entusiasmare e mobilitare le persone, fanno molto rumore: gridano così forte e così spesso che talvolta sembra non esistano altre voci.
Ma vi chiedo di non farvi ingannare. Perché gli ultras e le destre non gridano perché stiano vincendo: gridano perché sanno che il loro tempo sta finendo.
Sanno che la loro ortodossia neoliberista — oltre che inefficiente, crudele — è morta nel 2008 con la grande crisi finanziaria, ed è stata superata dalle politiche progressiste. Sanno che la loro visione dell’ordine internazionale si sta smantellando a colpi di dazi e di guerre illegali. Sanno che la loro resa al negazionismo climatico, alla xenofobia, al maschilismo dell’internazionale ultradestrista è stato il loro errore più grave, da cui faranno fatica a risollevarsi.
La destra non guida: la destra langue. Non importa, quindi, quanto gridino né quante bufale inventino. La gente si sta accorgendo che non hanno un progetto, che non hanno soluzioni. Hanno solo odio, slogan vuoti e politiche sbagliate che hanno portato al mondo quattro cose soltanto: guerra, inflazione, disuguaglianza e frattura sociale. Questo è tutto ciò che hanno dato al mondo.
Per questo sono convinto che il tempo dell’internazionale dell’ultradestra, e delle destre che si sono consegnate a quei postulati reazionari, sia giunto alla fine. E che noi, voi, porteremo al mondo e a tutti i nostri Paesi una nuova era di progresso.
Ricostruiremo ciò che loro hanno cercato di distruggere. Dimostreremo al mondo che il futuro può essere migliore, che restano nuovi traguardi di benessere e di sviluppo da conquistare. Lo sappiamo: non sarà facile, perché cambiare la storia non lo è mai stato. Ma abbiamo già preso nelle nostre mani tre strumenti decisivi per cambiare il corso della storia.
Il primo è ciò che si respira qui: unità. Siamo qui per celebrare e consolidare la nostra unità. Unità fra forze progressiste, fra Paesi, fra generazioni. Unità nella diversità, per lavorare insieme e recuperare un orizzonte condiviso.
Il secondo è qualcosa che ha richiamato il Governatore Tim Walz, il Presidente Lula e molti altri oratori, fra cui la Prima Ministra delle Barbados: l’orgoglio. Riprendersi l’orgoglio. Per anni la destra e l’ultradestra hanno cercato di trasformare la nostra identità in un insulto. Zurdos ci chiamano in Argentina, progres in altre parti del mondo, pacifisti, charos chiamano in Spagna le femministe, rossi chi sta a sinistra, verdi gli ecologisti. Tutto questo ci rimproverano. Perfino l’Agenda 2030, approvata da 193 Paesi in seno alle Nazioni Unite, è per loro una presunta “agenda woke”.
Hanno provato, una volta dopo l’altra, a farci vergognare delle nostre idee e della nostra storia. Ma sapete una cosa? È finita. Finisce oggi, a Barcellona, il 18 aprile 2026. La vergogna cambia campo. E lo farà per sempre. Da ora in avanti, la vergogna tocca a loro.
Vergogna a chi tace di fronte all’ingiustizia. Vergogna a chi sfrutta lavoratrici e lavoratori, a chi criminalizza il diverso, a chi trasforma i diritti in merci, a chi difende i privilegi delle élite, a chi sostiene la guerra e la violenza a Gaza, in Cisgiordania, in Ucraina, in Libano, in Medio Oriente. La vergogna a loro. Per noi, l’orgoglio.
L’orgoglio di essere pacifisti, perché amiamo la pace. L’orgoglio di essere ecologisti, perché vogliamo un pianeta abitabile per i nostri figli e le nostre figlie. L’orgoglio di essere sindacalisti, perché vogliamo diritti riconosciuti per lavoratori e lavoratrici. L’orgoglio di essere femministi, perché vogliamo un mondo in cui uomini e donne siano davvero su un piano di parità. L’orgoglio, sì, di essere di sinistra, di essere socialisti, socialdemocratici, progressisti — perché il progressismo, oggi, è più necessario che mai.
L’orgoglio, amici e amiche, di promuovere un modello economico più giusto — come abbiamo ascoltato da questa tribuna, grazie anche a tutti i relatori che hanno preso parte a queste giornate — un modello di prosperità che arrivi a tutti e a tutte, e soprattutto a chi ne ha più bisogno, proteggendo allo stesso tempo l’ambiente, come da sempre difende la Prima Ministra delle Barbados. È qualcosa che i progressisti stanno ottenendo: qui in Spagna, in Brasile con il Presidente Lula, alle Barbados, negli Stati Uniti con il Governatore Walz, e attraverso tutti i rappresentanti progressisti, di piccola, media e grande scala, presenti in questa sala. Senza dimenticare, naturalmente, i grandi sindaci e le grandi sindache progressiste che abbiamo nel mondo.
L’orgoglio di rafforzare i servizi pubblici, di promuovere l’uguaglianza fra uomini e donne. L’orgoglio di difendere società aperte, società che accolgono chi è costretto ad abbandonare il proprio Paese per cercare una vita migliore. Qui in Spagna stiamo approvando e portando avanti un processo di regolarizzazione di mezzo milione di immigrati. E voglio dire alla destra e all’ultradestra che vi si oppongono: la Spagna è figlia dell’emigrazione e non sarà madre della xenofobia.
L’orgoglio, amici e amiche, di stare dalla parte giusta della storia. Di difendere il diritto internazionale, di difendere la pace, e di gridare mille volte: sì alla pace, no alla guerra. Sì alla pace, no alla guerra. Sì alla pace, no alla guerra.
Care compagne e cari compagni, abbiamo recuperato l’unità, abbiamo recuperato l’orgoglio. Ma dobbiamo fare qualcosa in più: qualcosa che è forse altrettanto importante, se non di più. Qualcosa che ci hanno rubato senza che ce ne accorgessimo. E quel qualcosa è la fiducia nel progresso.
Il Presidente Lula lo ha spiegato in prima persona. Credeva nella democrazia, e crede nella democrazia, perché una persona umile come lui è arrivata a essere presidente di un sindacato in Brasile, e poi Presidente della Repubblica del Brasile.
La fiducia nel progresso è la fiducia che il domani possa essere migliore. Perché cosa vogliono loro? Cosa cercano? Ci vogliono spaventati, abbattuti, sconfitti. Vogliono che ci concentriamo a proteggere la realtà, non a trasformarla. Che ci preoccupi tanto indietreggiare da non provare nemmeno ad avanzare. Vogliono che rinunciamo alla possibilità di un futuro più giusto e più prospero, che ci accontentiamo dello status quo, delle cose così come stanno.
Io vi dico, e sono convinto che lo condividiate, che non lo faremo. Non compreremo il loro pessimismo né la loro disperazione. Difenderemo l’idea che un mondo migliore sia possibile. Che si possano alzare i salari e creare occupazione allo stesso tempo, come stiamo facendo in Spagna. Che si possa affrontare l’emergenza climatica e guadagnare competitività, come stiamo facendo in Spagna. Che la diversità e l’uguaglianza fra uomini e donne siano fattori di progresso sociale, come stiamo facendo in Spagna. Che si possano proteggere i più vulnerabili rafforzando, al contempo, la protezione della classe media e lavoratrice. E che la prosperità delle nazioni o è condivisa, o non sarà.
E — perché non dirlo — è possibile recuperare qualcosa di essenziale: il tempo. Tempo per stare con le nostre famiglie, tempo per goderci la vita, tempo per vivere. Perché il progresso, in fondo, è proprio questo: poter godere del tempo che abbiamo in questo mondo accanto alle persone che amiamo.
Lo faremo. Lo faremo piegando il braccio a chi si crede intoccabile: ai miliardari che sfruttano le persone e la cui avidità non conosce limiti; agli speculatori che giocano con i risparmi e con le case della gente; ai tecno-oligarchi che vogliono riempirsi le tasche a scapito della salute delle nostre democrazie e della salute mentale dei nostri giovani.
Lo faremo. E sapete perché ce la faremo? Perché quando al governo ci sono i progressisti, gli Stati non si inginocchiano davanti alle élite: le rimettono al loro posto. Lo faremo non perché sia facile — non lo è, senza dubbio — ma perché è il nostro dovere, perché è per questo che stiamo in politica. E, del resto, se non lo facciamo noi, chi lo farà? È ciò che ci ha insegnato il grande Pepe Mujica.
E questo è il messaggio che vorrei vi portaste a casa oggi. Il progresso non è una garanzia, il progresso non è una chimera: il progresso è una promessa. La promessa che ogni padre e ogni madre devono ai propri figli e alle proprie figlie. La promessa che ogni persona di sinistra deve alla società. Non la promessa di resistere, ma di avanzare. Non la promessa di sognare, ma di lavorare senza sosta per rendere reale quel sogno.
Per questo vi chiedo di rendere reali i nostri sogni, in ogni strada, in ogni città, in ogni Paese, nel pianeta intero. Che ci uniamo e lavoriamo insieme, e che lo facciamo con la morale di chi vince, perché fra qualche anno la gente possa guardare indietro e dire: “A Barcellona è cominciato tutto.”
In questo luogo siamo cinquemila persone che sognano un mondo migliore. Ma là fuori ci sono milioni e milioni di persone disposte a unirsi a noi per trasformare quel sogno in realtà. Questa è la nostra responsabilità. E questo è il nostro impegno.
Grazie.
Pedro Sánchez — Presidente del Governo di Spagna



