“Sono stato sfollato 10 volte, la mia casa non esiste più. E ora, anche se c’è il cessate il fuoco, ogni giorno ci sono bombardamenti. Proverò a riunirmi alla mia famiglia perché puoi anche essere molto ricco ed avere molte cose, ma la vita senza la tua famiglia non ha significato”. Sono le parole di Abdalrhman, studente di 20 anni di Gaza arrivato all’Università di Siena lo scorso ottobre per studiare economia. Ho incontrato Abdalrhman, Majd, Sanaa, Shahd, Shahd e Zaina nella sede dell’ateneo toscano. Un incontro emozionante in cui hanno potuto raccontare ai loro coetanei italiani la loro storia e come, nonostante il genocidio a cui sono sopravvissuti, sognino un futuro in Palestina per sé e per le loro famiglie. Un genocidio che non ha risparmiato niente. “Quando la tua preoccupazione principale è trovare il cibo per i tuoi figli perché sopravvivano alla fame, lo studio e la formazione non esistono più. E invece studiare è un diritto fondamentale. A Gaza stanno crescendo bambini che non parlano bene neanche la loro lingua. Così ti tolgono il futuro, oltre che il presente”, ha aggiunto Shahd.
La presunta tregua firmata lo scorso ottobre ha certamente avuto un effetto immediato: spegnere i riflettori su Gaza. Non ha avuto però l’effetto che una tregua dovrebbe avere e cioè porre fine ai bombardamenti, alle uccisioni, alle violenze, al blocco dei valichi che impedisce l’accesso di beni di prima necessità, medicine, attrezzature mediche fondamentali per una popolazione, sopravvissuta a un genocidio, che sta vivendo una catastrofe umanitaria senza precedenti.
Che non abbia avuto queste conseguenze ce lo dicono i numeri: sono circa 640 i palestinesi uccisi dall’Idf e circa 1600 quelli feriti dal momento dell’entrata in vigore del cessate il fuoco, mentre dai valichi sono entrati aiuti insufficienti per il bisogno della popolazione della Striscia.
Una “tregua fragile”, si dice spesso. Una tregua solo nominale, bisognerebbe dire. Soprattutto alla luce del fatto che, subito dopo l’attacco di Israele e Usa all’Iran, con lo sguardo del mondo rivolto al Golfo, i valichi sono stati nuovamente chiusi nel silenzio assoluto della comunità internazionale.
Solo il 3 marzo scorso è stato riaperto il valico di Karem Shalom per poche ore. A Gaza, come già successo molte volte dall’8 ottobre 2023 ad oggi, manca tutto, soprattutto cibo e medicine. Emergency, che ancora opera nella Striscia, parla di “apocalisse sanitaria”.
Abbiamo visto con i nostri occhi, per ben due volte, cosa significa quando i valichi sono chiusi. Nelle due missioni che abbiamo fatto a Rafah, sul confine con l’Egitto, insieme ad altri colleghe e colleghi dell’opposizione, attiviste e attivisti, giornalisti, accademici, abbiamo visitato i magazzini della Mezzaluna Rossa di Al-Arish stipati di beni di ogni tipo che il governo di Netanyahu vieta di portare dentro Gaza. E lo vieta arbitrariamente: impossibile stabilire con certezza cosa potrà entrare perché i criteri cambiano in continuazione e colpiscono incubatrici per neonati, ambulanze, alimenti, bombole d’ossigeno per gli ospedali, presidi sanitari. Qualsiasi cosa, anche giocattoli.
Il genocidio si compie non solo con i bombardamenti indiscriminati, ma anche con la fame usata come arma di guerra e con l’impossibilità a curare le persone malate.

President.az, CC BY 4.0 <https://creativecommons.org/licenses/by/4.0>, via Wikimedia Commons
In questa situazione drammatica, il destino della Striscia è in mano al “Board of Peace” voluto da Donald Trump.
Spacciato per un consiglio di pace, il “Board of Peace” è in realtà un comitato d’affari che punta a speculare sulla ricostruzione della Striscia, mentre sotto le macerie si contano migliaia di cadaveri palestinesi. Autocrati, finanzieri, immobiliaristi con a capo Trump e il genero Kushner, noto per i suoi interessi privati e per il famoso progetto della Riviera di Gaza, si preparano a trasformare Gaza in un’occasione di guadagno e di dominio. Siamo davanti a un progetto coloniale e predatorio a uso e consumo di ricchi speculatori.
Gaza è dei palestinesi: sono loro a dover decidere del futuro di quella terra, non Trump e Kushner a braccetto di Netanyahu, colui che ha raso al suolo la Striscia e che ha voluto e perpetrato il genocidio con la complicità di quasi tutta la comunità internazionale. Ma in questo board, ai vertici decisionali, dei palestinesi non c’è traccia.
E la vergogna nella vergogna è che l’Italia si presti a questo gioco al massacro e che, per farlo, abbia pure aggirato la Costituzione inventandosi il ruolo di “osservatore”, neanche menzionato nello statuto del Board. La nostra Carta è chiara: l’Italia non può partecipare a organizzazioni multilaterali se non in condizioni di parità con gli atri paesi. E qui di parità non c’è neanche l’ombra: Trump si è autonominato presidente a vita, indipendentemente dal suo ruolo di Presidente degli Usa, si è dato il potere di nominare il suo successore, di decidere chi entra e chi no nel Board, chi inserire negli organismi che lo compongono e perfino di decidere che per aderire bisogna versare un miliardo di dollari.
Prestarsi a tutto questo è un’umiliazione. Altro che patriottismo: questo governo di destra ha ridotto il Paese al ruolo di vassallo di Trump.
Ma non c’è solo Gaza. Il livello di terrore nei territori palestinesi occupati della Cisgiordania e di Gerusalemme Est si è alzato esponenzialmente.
Lo abbiamo visto con i nostri occhi quando, a novembre scorso, siamo andati in missione in quell’area con una delegazione del Pd. Abbiamo visto come la violenza dei coloni, protetti e spalleggiati dall’esercito israeliano, colpisca le famiglie palestinesi ogni giorno nelle loro case cacciandoli, distruggendo o occupando le abitazioni, rubando le greggi, tagliando gli impianti di irrigazione usati per coltivare i campi, estirpando gli ulivi.
Da dopo il 7 ottobre, abbiamo assistito a una recrudescenza delle azioni criminali dei coloni e dell’annessione delle terre palestinesi da parte dell’esercito israeliano che usa metodi violenti.
Aree abitate da sempre da famiglie palestinesi, diventano “zone militari” da un giorno all’altro permettendo così di espellere chi vive lì. I checkpoint si sono moltiplicati, circa 1000, e vengono chiusi arbitrariamente dall’Idf tenendo le persone bloccate per ore e ore senza che possano raggiungere i posti di lavoro, di studio e neanche gli ospedali per le cure.
Noi stessi, quando eravamo in missione in Cisgiordania, ci siamo ritrovati bloccati dall’esercito israeliano che aveva chiuso il checkpoint di Hzima – una località sulla strada tra Gerico e Gerusalemme – sia in entrata sia in uscita e ha iniziato a sparare bombe stordenti sulle macchine che erano in fila per passare dall’altra parte.
Il nostro pulmino ha fatto una veloce inversione portandoci in una strada secondaria. Lì, una famiglia palestinese ci ha accolti nella sua casa per alcune ore. “Capiamo il vostro stupore – ci hanno detto -, ma per noi questa è la quotidianità. Non c’è alcuna azione antiterrorismo. Ci chiudono le strade e le riaprono quando vogliono per opprimerci”. Ovviamente abbiamo informato la Farnesina e il consolato, come da prassi. Abbiamo aspettato che l’operazione finisse e poi, quando è stato aperto il gate, ci siamo rimessi sul pulmino e siamo tornati a Gerusalemme. Nessuna auto blindata del consolato, nessuna scorta, nessun funzionario israeliano del Cogat è venuto a prelevarci, come ha incredibilmente dichiarato la Farnesina in una nota attestando il falso. Siamo usciti da Hizma esattamente nel modo in cui eravamo entrati: col nostro pulmino.
In Cisgiordania è in corso un evidente piano di pulizia etnica: nel progetto, dichiarato, del governo israeliano, nessun palestinese deve rimanere in quelle terre.
In tutta l’Area C della Cisgiordania, che rappresenta il 60 per cento del territorio, ai palestinesi che non potranno presentare i titoli di proprietà (un problema antico che risale al periodo ottomano) le terre e le case saranno espropriate e passeranno allo Stato di Israele. Al contempo, il Gabinetto per la sicurezza ha chiesto di abrogare una legge giordana che impedisce ai non arabi di acquistare terreni in Palestina.
Il piano di Netanyahu è chiaro: costruire “la grande Israele” e dominare tutto il Medio Oriente. Ed è in questo progetto criminale che vanno lette sia l’aggressione di queste settimane al Libano, che ha già provocato un milione di sfollati, sia quella all’Iran compiuta con il sostegno degli Usa con l’alibi della minaccia nucleare da parte dell’Iran, smentita dall’Aiea, l’agenzia Onu per l’energia atomica, e anche dal negoziatore dell’Oman che stava partecipando alle trattative tra Iran e Usa proprio sulla possibilità che Teheran stesse sviluppando l’arma nucleare.
E la stessa posizione è stata ribadita dall’ambasciatore dell’Oman in un incontro tra gli ambasciatori dei paesi del Golfo e la Commissione esteri della Camera. E’ stato in quella sede che l’ambasciatore ha spiegato che i negoziati erano politicamente conclusi, che anche gli Usa erano soddisfatti e che bisognava definire solo qualche aspetto tecnico. Alla luce di questo, l’attacco all’Iran è stato una doccia fredda per i paesi del Golfo e, con ogni probabilità è stato imposto a Trump da Netanyahu che attende questa possibilità da 40 anni. Non è difficile immaginare che il presidente degli Usa sia tenuto sotto scacco dal capo del governo israeliano. In che modo? Con quali ricatti? Forse c’entrano gli “Epstein files”?
Denunciare tutto questo significa descrivere la realtà, non essere antisemiti. Ricorrere all’accusa di antisemitismo per silenziare chi critica il governo israeliano non è solo un grave errore e un’inaccettabile imposizione, ma è anche un torto che si fa alla giusta e necessaria lotta all’odio contro il popolo ebraico in quanto tale. In questo modo la si svuota del tutto.
Stare a guardare senza fare nulla per fermare gli scellerati piani di Netanyahu, invece, significa essere complici. Ed è quello che ha scelto di fare il governo italiano con la premier Meloni a cui mai abbiamo sentito pronunciare una sola parola di condanna vera per quello che è accaduto e sta accadendo al popolo palestinese, alla terra di Palestina e per lo scempio che Netanyahu continua a fare del diritto internazionale, spalleggiato e supportato da Donald Trump. Nel suo intervento alla Camera, lo scorso 11 marzo, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha dichiarato che “le regole del diritto internazionale non si sono certo rotte con questo episodio perché si sono rotte molto prima”. Ma non è riuscita a pronunciare una sola parola sull’autore di questa umiliazione del diritto internazionale, su chi è il promotore dell’uso della forza a scapito della diplomazia e del dialogo. Nessun riferimento a Donald Trump e a Benjamin Netanyahu.
Come Pd, spesso insieme ad Avs e M5S, abbiamo più volte chiesto che si applicassero al governo israeliano le sanzioni, che venisse sospeso l’Accordo di associazione tra Ue e Israele, che si sospendesse la compravendita di armi, che si riconoscesse lo Stato di Palestina, che si interrompesse il commercio con le aziende israeliane che operano nei territori occupati della Cisgiordania. Lo abbiamo fatto con atti parlamentari, con manifestazioni davanti al Parlamento, con audizioni nel Comitato diritti umani della Camera che presiedo, con il grande corteo di giugno dello scorso anno.
Ma Giorgia Meloni e il suo governo sono rimasti sordi a qualsiasi appello. Hanno portato l’Italia dalla parte sbagliata, quella che si rende complice, dalla parte di chi si volta dall’altra parte davanti all’uccisione di 74mila persone la maggior parte delle quali donne e bambini, hanno tradito la lunga e riconosciuta tradizione diplomatica che il nostro Paese ha sempre avuto in Medio Oriente per fare i vassalli di Trump.
E di questo dovranno risponderanno davanti alla storia e, prima ancora, davanti alle italiane e agli italiani.
17 marzo 2026



