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Il consuntivo della politica estera del Governo Meloni: tanto fumo e poco arrosto 

Tre date hanno cambiato l’assetto internazionale nel dopoguerra, ed hanno obbligato anche una “media potenza” come l’Italia a prenderne le misure – o, meglio, a tentare di prenderle.

Il primo evento, e il più clamoroso di tutti, ci riporta al 1989. Un passaggio epocale che ha modificato radicalmente gli assetti del dopo-guerra, assetti che parevano immutabili e a cui ci si era assuefatti. C’era un di qua e un di là dalla cortina di ferro. Quello che accadeva di là era stato a lungo guardato con timore, diffidenza e sospetto fino all’arrivo di Michael Gorbaciov: un cambio di passo salutato con stupore misto a speranza. Purtroppo l’opera di modernizzazione e democratizzazione avviata dal leader sovietico si  scontrò prima con la resistenza della vecchia guardia che arrivò fino a tentare un colpo di stato dell’agosto 1991,  poi con l’ascesa del populista Boris Yeltsin, che dette l’economia in mano ad una genia di malfattori e profittatori riducendo a brandelli lo stato (con la complicità della consulenza di economisti americani, fautori di una shock therapy che portò invece al collasso, come denunciato da Jeffrey Sachs).

Il secondo passaggio è l’11 settembre 2001. Il più spettacolare e mediatizzato attentato della storia. Gli aerei che si schiantano in sequenza contro le Torri Gemelle del WTC sono rimati nella memoria di miliardi di persone, forse della quasi totalità degli abitanti del globo. Nulla ha avuto un impatto emotivo così profondo. Ed è da qual momento che l’America prende un’altra strada. Come sempre, in politica, l’opinione pubblica, per quanto scioccata, rumina per molto tempo l’effetto di eventi anche clamorosi prima di ridefinire le sue coordinate politiche e ideali. Gli americani si sono accontentati della war angaist the terror condotta (con esiti fallimentari) dal presidente George W. Bush, tanto da votare poi per ben tre volte a favore di presidenti democratici. Ma, sottotraccia, inquietudine e persino paura nei confronti del mondo esterno – secondo una antica tradizione “paranoica”  denunciata nei primi anni sessanta  da un magistrale saggio di Richard Hofstadter – ha continuato a circolare. Barack Obama aveva fornito lenimento a questo sentimento con il suo volto rassicurante e il suo stile sempre composto. Ma non è bastato. Le pulsioni isolazioniste e rancorose nei confronti del mondo esterno si ripresentate sotto le spoglie di Trump 1 e, soprattutto, Trump 2. Con un forte effetto inquinante nei confronti del resto del mondo e soprattutto dell’Italia.

Infine, l’invasione russa dell’Ucraina il 22 febbraio 2022. Un evento che rompe la tregua post-Yalta e ci riporta ai tempi degli interventi del Patto di Varsavia laddove c’erano fratelli indocili che sbagliavano, da Budapest 1956 a Praga 1968, fino all’auto-intervento polacco del generale Jaruzelski nel 1981. La ferocia guerra di trincea sulle piane ucraine, ci riporta nonostante satelliti e droni, alle carneficine delle battaglie di Verdan o della Somme della prima guerra mondiale. Una catasta di cadaveri per qualche kilometro di territorio da conquistare o da difendere.  A fronte dell’aggressione putiniana i paesi europei hanno modificato le loro coordinate. Alcuni sono precipitosamente entrati nella Nato, altri hanno dato vita a nuove aggregazioni per preparare interventi comuni, e tutti, spinti anche dall’ America, hanno aumentato i loro budget militari.

Infine, quasi in contemporanea e quindi associabile temporalmente al conflitto russo-ucraino, il dramma palestinese. Il genocidio perpetrato a Gaza e il soffocamento dei palestinesi di Cisgiordania, per quanto denunciato autorevolmente, e manifestato nelle piazze di mezzo mondo, non ha ancora prodotto un mutamento geopolitico rilevante: Israele continua ad espandere il suo controllo su tutto il Medio Oriente usando disinvoltamente la forza militare fuori da ogni regola internazionale. E nessuno reagisce al livello dei crimini connessi. Per quanto amara, la conclusione è che questo fronte di crisi, limitato ai confini israeliani, non sta producendo effetti sistemici paragonabili a quelli delle altre sfide sopra indicate.

Altra cosa l’incendio iraniano in corso, di cui non è possibile, ad oggi, prevedere l’ esito.

 

Se questo è il quadro generale, qual è il ruolo e il posto dell’Italia in tutto questo?

Le nostre coordinate di politica estera sono state segnate fin dal dopoguerra dalla abile regia di Alcide De Gasperi che ha portato l’Italia nel Patto Atlantico e nella Nato, e nelle istituzioni europee in formazione, dal Patto di Bruxelles alla Ceca. Un doppio binario sul quale l’Italia ha viaggiato tranquillamente. Solo qualche alzata d’ingegno – il neo-atlanticismo fanfaniano di fine anni Cinquanta, patrocinato goffamente dal presidente Giovanni Gronchi – aveva increspato questo percorso. Ma senza danni. E nemmeno il celebre caso di Sigonella, con la confrontation tra i marines americani e i nostri avieri per la custodia di un terrorista palestinese, ha avuto effetto. Le lettere amichevoli che si scambiarono i due capi di governo, con la mediatizzata intestazione, Dear Bettino e Dear Ronald, placò la burrasca.

Solo durante il secondo governo Berlusconi, dal 2001 al 2006, si è assistito ad un cambio di rotta. L’Atlantico diventava molto più stretto e l’Europa molto più lontana. L’ostilità all’Unione, complice inevitabilmente la presidenza della Commissione UE affidata al “nemico” Romano Prodi, si manifestò in mille modi: dalla malcelata ostilità all’“euro di Prodi”, come veniva chiamato additandogli ogni guaio economico-finanziario, inclusa l’inflazione lasciata correre impunemente dal ministro dell’Economia, il tributarista Giulio Tremonti, alle offese ai parlamentari europei , definiti da Silvio Berlusconi turisti della politica in occasione della presentazione del semestre italiano, per arrivare a tacciare di kapò il leader del gruppo socialista, il tedesco Martin Schultz.

Sul versante atlantico, invece, Berlusconi, in linea con una piaggeria senza remore nei confronti della presidenza Bush, partecipò all’aggressione anglo-americana all’Iraq, trincerandosi dietro l’esile paravento degli aiuti umanitari. La strage dai militari italiani a Nassirya tolse ogni infingimento al vero scopo della nostra missione.

L’antieuropeismo avrebbe potuto dispiegarsi a piene vele con il governo giallo verde del 2018-2019. L’intervento sul filo dell’opportunità del presidente Sergio Mattarella in merito alla nomina a ministro dell’Economia di un euroscettico, nemico della moneta unica, come Paolo Savona, servì a raffreddare i bollenti spiriti di pentastellati e leghisti (nonostante le loro richieste di impeachment).  A parte questa burrasca iniziale quel breve governo non fece troppi danni. Il deep state della Farnesina, rappresentato da un commis di lungo corso come Enzo Moavero Milanesi, ebbe la meglio su quella banda di improvvidi governanti.  L’apertura di credito alla nuova Via della seta di Xi Jinping rimase confinata a livello di buone intenzioni, avvolte in sorrisi diplomatici. Tutto il rumore che se ne fece era aria fritta: non ci fu nessun effetto reale sugli allineamenti politico-strategici del paese. Poi, la pandemia ha fatto il miracolo di trasformare il Presidente del consiglio Giuseppe Conte in fervente europeista e acceso promotore del Next Generation EU. A quel punto, l’ingresso di Mario Draghi a Palazzo Chigi non poteva che rinforzare la caratura del nostro paese nell’arena internazionale. Il Trattato del Quirinale, siglato tra Francia e Italia a fine 2021, rientra in questo quadro. Ma, oggi potremmo dire, missione incompiuta. Perché poi è arrivata Giorgia Meloni, imbevuta di fantasy, e rancore: “è finita la pacchia” strillava durante la campagna elettorale con riferimento anche ai regolamenti europei sull’immigrazione e i rifugiati.

Sarebbe persino troppo facile rinfacciare alla Presidente del consiglio le sue tirate anti-europee e anti-americane anche di un recente passato. Basterebbe riprendere le Tesi di Trieste, il documento ideologico del partito approvato nell’unico congresso tenuto da Fratelli d’Italia, nel lontano 2017, per avere ulteriori conferme. Tuttavia, entrato nelle stanze del potere, il governo ha messo subito la sordina ai propostiti bellicosi nei confronti di Bruxelles e si è messo su una linea tendenzialmente cooperativa. Soprattutto, nonostante Salvini, ha sostenuto a spada tratta l’Ucraina. Il bacio in fronte di nonno Biden a Meloni dice più di molte analisi.

La nostra presidente del consiglio ha dedicato una cura particolare a tessere relazioni in giro per mondo. Forse nessuno prima lei ha visitato, e ospitato, tanti paesi in così breve tempo. Sono state messe in campo varie iniziative e numerosi partenariati commerciali: importante, quello siglato con l’India, tanto che i media del subcontinente hanno coniato il nomignolo di Melodi per sottolineare la sintonia tra i due capi di governo; ambizioso, il cosiddetto Piano Mattei, furbesca ed evocativa etichetta di un tempo che fu, rivolto ai paesi africani. Ma, come recitava un famoso slogan pubblicitario, “where is the beef”, o, per tornare in casa nostra, tanto fumo e poco arrosto. In effetti questo sembra il consuntivo della politica estera meloniana. L’Italia non ha alzato il proprio standing tra le medie potenze, tutt’altro. Molto movimento ma alla fine difetta l’autorevolezza di un Prodi o di un Draghi per essere presi in considerazione. Alcune piroette sul Mes e sul voto di fiducia alla commissione von der Leyen, e contorsioni sui terreni caldi – sì alle armi ma solo difensive e niente osservatori sul campo in Ucraina – hanno sollevato malumori e diffidenze. Il disastro nelle relazioni con i grandi partner europei sigilla una incapacità di relazioni diplomatiche da parte del nostro governo. Con Macron si è costantemente in rotta, Merz un giorno sorride e l’altro ci schiaffeggia e Starmer ci ignora bellamente. Solo con von der Leyen, che ha bisogno di ampliare la sua base di sostegno, si sono mantenuti buoni rapporti, anche grazie ad una intelligente gestione del gruppo europarlamentare dei (cosiddetti) Conservatori.

Ma dietro a tutto ciò si staglia la stazza dell’imperatore delle Americhe. E’ ormai arcinoto che di Donald Trump non ci possa fidare in nulla. Tuttavia Meloni, contando sulla considerazione particolare di cui gode alla Casa Bianca (qualunque cosa significhi ciò) è la sola leader di governo di un paese rilevante che segue Donald Trump in tutto e per tutto. Addirittura, voleva fare con lui “l’Occidente grande ancora”, come se ne uscì all’ultimo incontro a Washington, scimmiottando il motto Maga.  Un buon rapporto con il presidente americano è un assist che tutti i nostri capi di governo hanno disperatamente cercato, e solo Bettino Craxi non ha esitato a scontrarsi frontalmente con l’amico americano. Meloni non ne sarebbe capace, tale è la sua sudditanza a Trump. Del resto, il neo-post fascismo di cui è interprete non le fornisce bussole adeguate. Quindi si appoggia al potente di turno. Oggi, invece, l’interesse nazionale non può che condurci in rotta di collisione con il mondo Maga d’oltre oceano. E, conseguentemente, spingerci a una maggiore integrazione europea. Invece Palazzo Chigi naviga a vista. Evita di farsi coinvolgere nella guerra israelo-americana contro l’Iran – e ci mancherebbe – ma non non aderisce e non condanna. Allo stesso tempo, bontà sua, scopre che un maggiore coordinamento con gli altri paesi europei ci è utile e necessario.  Allo stesso tempo, non muove un dito, nemmeno simbolicamente, nei confronti di Israele mantenendo la cooperazione e accordi a 360 gradi e rifiutando tenacemente il riconoscimento dello stato palestinese con ridicole motivazioni (danneggerebbe la loro causa!). Tra un ministro degli Esteri che chiede al telefono come sono i bombardamenti a Dubai come se chiedesse com’è il tempo, e un ministro della Difesa che va in giro in quell’area per i fatti (e affari) suoi quando scoppia la guerra il nostro paese si rivela inadeguato a giocare un ruolo da media potenza quale (inevitabilmente) siamo. A questo fine sono indispensabili preparazione, coerenza, convinzioni democratiche e saldi principi: tutte caratteristiche di cui questo governo è terribilmente carente (ad essere generosi).