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7 Aprile 2026

Il pantano iraniano, ovvero l’incrocio perverso di tre estremismi

L’ennesimo capitolo dell’eterno dramma mediorientale lascia sgomenti non solo per le dimensioni della devastazione inflitta alle popolazioni civili e l’apparente discrasia tra la potenza del mezzo militare messo in campo dagli Stati Uniti e Israele contro le limitate risorse di un regime teocratico marcio e violento. A noi nati sul lato fortunato del Mar Mediterraneo, che possiamo permetterci le riflessioni senza correre da un bunker all’altro, ciò che più colpisce è – accanto alla totale assenza di qualsivoglia strategia politica –  l’assenza persino della tattica militare. Perfino George W. Bush e la sua corte di teorici neocon avevano sentito la necessità di cercare di giustificare (falsamente) l’invasione dell’Iraq mandando Colin Powell a umiliarsi davanti all’Assemblea delle Nazioni Unite e alla storia con quella provetta di presunte armi chimiche. Oggi tutto questo pare storia antica, l’amministrazione Trump, col suo Segretario “alla guerra” che si tatua la croce di Gerusalemme sul braccio e chiama i soldati “warriors“, guerrieri, non cerca alleati, pensa di bastare a sé stessa e al mondo.

L’unico “brother in arms” cui è riconosciuta la dignità del commilitone è Israele, ma non lo stato sionista democratico costruito dopo la Seconda Guerra Mondiale, bensì il nuovo paese forgiato da Netanyahu e dal suo sionismo di destra fondato su una alleanza ignobile tra Likud e partiti dell’estremismo religioso ebraico. Al contrario dell’amministrazione americana, però, a Tel Aviv hanno chiarissimo l’obiettivo finale della guerra, rendere l’Iran inoffensivo e, nel mentre, portare avanti il progetto della “Grande Israele” annettendo – illegalmente – quel che resta della Palestina, finendo di devastare Gaza e, magari, prendendosi anche qualche parte di Libano e Siria. Nulla di tutto questo è un segreto o sono supposizioni, i ministri israeliani mostrano senza problemi mappe che segnano i confini del paese ben oltre il fiume Giordano e alcuni militari hanno cucite le stesse cartine come toppe sulla divisa.

Infine il nemico perfetto, l’Iran corrotto degli ayatollah, guidato da un regime che uccide i suoi giovani per sopravvivere ma, al tempo stesso, innestato su una storia millenaria, antico quanto la civiltà stessa. Priva di qualsiasi rispetto per la vita umana e convinta di interpretare appieno la voce se non di Dio quantomeno del profeta Alì, la Repubblica Islamica ha scelto il caos, attaccando i suoi vicini nel Golfo e chiudendo lo stretto di Hormuz, dimostrandosi pronta a qualunque cosa pur di sopravvivere. Per la teocrazia e i pasdaran la guerra è il jihad esistenziale, perderla significherebbe consegnarsi non tanto al nemico americano o israeliano ma ad un destino molto più spaventoso, la furia rivoluzionaria di un paese oppresso da cinquant’anni.

Il pantano iraniano in cui siamo immersi è, dunque, figlio dell’incrocio perverso di tre estremismi: quello dell’amministrazione americana, quello del governo israeliano e quello del regime teocratico di Teheran. Se l’ultimo può essere considerato un altrove rispetto all’occidente (seppur molto prossimo e attorno cui abbiamo responsabilità enormi, dal golpe contro Mossadeq in avanti), i primi due sono i prodotti più perversi di questi anni Venti del XXI secolo. L’ascesa delle destre, innervate da un estremismo messianico nutrito nei think tank americani ed europei, attraversa le società occidentali e ha determinato una saldatura tra politica, industria e religione che i progressisti a volte non hanno visto oppure hanno relegato a fenomeno marginale.

Arriviamo così al paradosso di un incontro tra il mondo evangelico americano (ampiamente rappresentato nell’amministrazione Trump) e il Kahanismo di Ben-Gvir: i primi convinti che la sconfitta dell’Iran accelererà la seconda venuta del Cristo, i secondi, al contrario, pronti ad accogliere il vero messia dell’ebraismo.

Appare evidente che davanti a questo tipo di substrato culturale i richiami al diritto internazionale, allo status quo e agli strumenti classici della politica estera appaiono non solo ultronei ma persino quasi ingenui. Non più tardi di qualche giorno fa il Presidente degli Stati Uniti ha esplicitamente minacciato di distruggere le infrastrutture civili iraniane, un crimine di guerra vietato dal diritto internazionale umanitario, mentre la tattica di “decapitare” le leadership politiche dei paesi avversari era contestata già nella prima metà del secolo scorso, quando, in pieno conflitto mondiale, persino gli alleati si interrogarono sull’opportunità di eliminare il gerarca nazista Reinhard Heydrich e l’ammiraglio giapponese Isoroku Yamamoto.

Per i progressisti la strada è molto stretta ma inevitabile: accanto al sacrosanto movimento per la pace dovremo essere in grado di progettare una nuova architettura internazionale che non potrà apparire come un semplice calco del passato. Nel farlo occorrerà immergersi di nuovo nel gorgo della storia, accettandone le contraddizioni e le fatiche.

Il Medio Oriente, così come l’Ucraina, ci ricordano qualcosa che, con la caduta del muro di Berlino, soprattutto a sinistra era stato dimenticato: le idee contano, e la politica conta, molto più dei calcoli economici o della razionalità perfetta teorizzata da qualche professore di Chicago.

Oggi la sinistra avrà un senso se saprà rispondere alla domanda di pace, sicurezza e benessere che viene dalle nostre società, anche facendo i conti con alcuni errori del passato. Per farlo non bastano le buone intenzioni: servono alleanze reali, con i democratici americani, con il PT di Lula in Brasile, con il Partito del Congresso indiano, con le forze del socialismo europeo, e con quei paesi – in Asia, in America Latina, in Africa – che ancora considerano la democrazia qualcosa per cui vale la pena battersi. La cooperazione commerciale, dall’accordo MERCOSUR in poi, è un punto di partenza; ma l’obiettivo è più ambizioso: ricostruire un campo progressista capace di offrire una visione del futuro, non una nostalgia del mondo di ieri.