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Creata per difendere il continente dalla minaccia della guerra, l’Unione europea è oggi teatro di una nuova sfida, associata ad un’altra guerra epocale. Come le guerre precedenti, questa nuova mira ad annientare la politica e utilizza mezzi nuovissimi, come il monopolio tecno-finanziario e il dominio della tecnologia dell’IA, senza la quale né gli Stati né i cittadini possono oggi più vivere. Tuttavia, indipendentemente dalla diversa natura della minaccia, il risultato, se realizzato, sarebbe pressappoco lo stesso: la fine della politica come potere che nasce dalla deliberazione tra diversi popoli che cooperano per il perseguimento del loro benessere e, così facendo, per il benessere del continente. Come per la pace e la libertà, il rapporto tra benessere e libertà è reciproco, non binario, perché quando uno dei due manca, l’altro crolla. Il progetto europeo, antico quanto la storia politica degli Stati moderni, è definito dal triangolo di pace, libertà e benessere. Il sovranismo, la nuova ideologia antieuropea di questo tempo, entra in rotta diretta con la relazione tra questi tre beni. Mascherandosi dietro l’appello all’“interesse nazionale” che “viene prima di quello di Bruxelles”, i sovranisti rappresentano un rischio tangibile e a questo rischio le forze democratiche e progressiste europee devono con urgenza opporsi con le ragioni del diritto e della giustizia, del benessere e della stabilità delle democrazie occidentali.
Per far capire come i cittadini democratici perseguono l’interesse generale senza essere perfettamente virtuosi, Alexis de Tocqueville descrisse la forza motrice dietro l’interesse generale nelle democrazie come “egoismo ben inteso”. Non è la “bellezza della virtù” a muovere le menti dei cittadini democratici, ma l’idea che “la virtù sia utile”. Questo ragionamento, che è in effetti un sentire, rende efficace la forza delle motivazioni individuali senza soffocarne la volontà e la libertà. Permette a ciascuno di riconoscere la reciprocità degli interessi tra noi e gli altri. «Pertanto – osservava Tocqueville – [gli altri] non si oppongono al fatto che io persegua i miei interessi, ma fanno tutto il possibile per dimostrare che farlo è nell’interesse di ogni persona».
Possiamo adattare la massima di Tocqueville al significato e al valore del progetto europeo, inteso come razionale e giusto. I suoi padri fondatori potrebbero considerare questa ragione poco degna e, anzi, una svalutazione degli sforzi e dei sacrifici che hanno compiuto – non dovremmo mai dimenticare che l’idea dell’unità europea è emersa in un periodo di grande sofferenza in termini di libertà e benessere, di tranquillità e pace. Tuttavia, considerare l’UE come “egoismo ben inteso” è, in realtà, un riconoscimento della perspicacia degli ideali dei fondatori. Se diverse generazioni hanno continuato a credere in essi, è perché l’UE si è rivelato un progetto “conveniente” per i popoli d’Europa, qualcosa che è difficile immaginare di non avere più. La nobiltà dell’ideale fondante l’Unione è esaltata dalla sua necessità. Si potrebbe dunque dire dell’Europa ciò che Benedetto Croce disse del cristianesimo: “Non possiamo non dirci europei”.
Pensata in questo modo, l’Europa si pone il problema dei nuovi sovranisti, ai quali dovremmo far presente che, se vogliono mantenere le loro promesse – promuovere gli interessi delle loro nazioni – devono sostenere con forza l’Unione: devono volere più Europa, non meno Europa. In questa era di oligarchico-tecno-capitalismo globale, monopolistico e distruttivo del libero mercato e delle limitazioni del potere che le democrazie costituzionali vogliono, in cui persino i leader eletti democraticamente non hanno remore a ignorare le regole e a minare la governance democratica, la sovranità normativa che l’UE ha negli anni costruito assume un significato enorme, poiché la sua conservazione e il suo rilancio sono ora anche la condizione per difendere la democrazia in Occidente. La novità del nostro tempo, che i sovranisti radicali o falsamente moderati non vedono, è che i destini della democrazia e dell’unione dei popoli sono intrecciati tra loro come mai prima d’ora. E se il Canada guarda oggi a una cooperazione tecnologica ed economica più solida con l’UE, è perché il suo governo comprende assai bene, senza inflessioni opportunistiche, che in questa alleanza di popoli riposa la possibilità di ciascuno di essi di restare libero. In un’era di monopolio globale dell’alta tecnologia, messa a capo di uno stato nazionale che si dichiara imperiale e opera come tale – violando diritti e norme, umiliando e invadendo paesi a suo piacere e vantaggio -, gli stati-nazione non hanno altra alternativa che la cooperazione e, per quanto riguarda quelli europei, una più perfetta unione.
L’Italia di oggi ha una doppia responsabilità: quella di essere uno dei sei paesi fondatori dell’Unione; e quella di essere, al contempo, uno dei paesi meno impegnati in questo progetto di unione. Si comporta come un potere costituente che intende disimpegnarsi, il che dà quindi un segno negativo del valore del progetto europeo. Il governo italiano è sovranista e crede, molto erroneamente, che allentando i vincoli, passando da un processo federativo a un processo confederato, possa tutelare meglio gli interessi italiani. E basa questo ragionamento su una scelta politica evidente: diventare nel continente il paese più fedele al governo di Washington – anzi, diventare mediatore tra gli interessi di Washington e i nostri. Con la convinzione di vincere con la furbizia ed essere sempre coinvolto a metà per poter giocare su più tavoli con pratica opportunistica, il governo italiano crede di riuscire a “portare a casa parecchio” (come Giovanni Giolitti disse andando alla conferenza di pace a Parigi, dopo la prima guerra mondiale – e sappiamo come andò a finire).
A metà del guado non c’è stabilità e i rischi sono ingovernabili. Vediamo che l’Italia è in parte nel Board of Peace – il consiglio di amministrazione degli affari associati alla pace – e in parte tenta di stipulare accordi con la Germania per una deregolamentazione dell’Unione per isolare la Francia. Il governo italiano ripropone le giravolte pulcinellanti che hanno caratterizzato l’Italietta sabauda e poi quella del ventennio: governi con una retorica roboante che hanno portato disonore e sconfitta al paese. L’Italia democratica dovrebbe avviare un governo ombra in Europa per riaffermare il proprio ruolo fondativo dell’Unione e contrastare la politica sovranista e opportunista di questo governo.
