Gianni Cuperlo intervista Mauro Berruto
All’indomani della conclusione dei Giochi Olimpici e dei Giochi Paralimpici pubblichiamo un’ampia intervista a Mauro Berruto di Gianni Cuperlo. Lo sport come “fatto sociale totale”, fatto politico nel senso più alto dell’espressione. Il declino geopolitico dell’Europa, in senso tanto generale che sportivo, per il continente che ha inventato lo sport, il calcio, i Giochi Olimpici (sia quelli di Olimpia che quelli moderni). E una ipotesi particolarmente suggestiva per rovesciare questa tendenza: Roma capofila di una candidatura olimpica che tenga insieme le grandi capitali europee: Madrid, Parigi, Berlino, Londra, Vienna, Bruxelles (per il suo valore simbolico), Atene (per il suo valore legato alla storia dei Giochi). E l’Italia? Le medaglie azzurre (tantissime) e il paradosso di un Paese che, parallelamente, primeggia nelle classifiche di inattività, sedentarietà, poca diffusione della pratica sportiva. L’eredità dei Giochi Olimpici avrà un impatto sulla diffusione della pratica sportiva? Potrebbe essere utile in questo senso studiare un modello davvero solido: quello della Norvegia che vince tantissimo, ma che ha anche una percentuale altissima di diffusione della pratica sportiva.
Per avvicinare l’Italia ai risultati del paese scandinavo, il Coni deve occuparsi degli sport di eccellenza, mentre lo sport nelle scuole, per gli anziani, per l’inclusione è un tema che non può essere delegato e deve essere di interesse prioritario di politiche pubbliche. Dovremmo immaginarci un Paese con LEP sportivi e una grande iniziativa pubblica per favorire l’accesso allo sport anche per chi lo sport non se lo può permettere. Sarebbe una naturale conseguenza dell’articolo 33 della Costituzione che dall’ottobre 2023, per scelta unanime del Parlamento, recita “la Repubblica riconosce il valore educativo, sociale e di promozione del benessere psicofisico dell’attività sportiva in tutte le sue forme”.
Dalla telecronaca incriminata della cerimonia inaugurale al record di medaglie tricolori. Che Olimpiadi sono state?
Prima di tutto fammi combattere una mia battaglia semantica (che perdo sempre, ma ci sono battaglie che vanno combattute lo stesso, a prescindere dal risultato!) che riguarda la differenza fra Giochi Olimpici, che sono il periodo in cui si disputano i Giochi, appunto, e Olimpiadi che invece è l’intervallo di quattro anni che intercorre fra una edizione dei Giochi Olimpici e l’altra. Per cui i Giochi Olimpici di Milano-Cortina, come sempre, sono stati entusiasmanti. Il risultato del medagliere (che per il CIO non esiste ed è un’invenzione dell’Unione Sovietica utile a definire un posizionamento geopolitico, seguita in quell’intento soprattutto da USA, Cina) è stato oggettivamente straordinario. Certo si conferma un paradosso: l’Italia che vince tanto ma che primeggia anche nelle classifiche di inattività, sedentarietà, poca diffusione della pratica sportiva, percentuale di obesità infantile e adolescenziale. Per vincere tante medaglie serve fare una cosa: investire tanto (denaro) su pochi (atleti o discipline sportive). Oggi è troppo presto per dire se l’eredità dei Giochi Olimpici avrà un impatto sulla diffusione della pratica sportiva. Temo di no. Ed è presto anche per capire la legacy olimpica in termini di impianti e infrastrutture. Ci vorrà tempo per avere risposte certe. Di sicuro invece si può studiare un modello davvero vincente: quello della Norvegia che vince tantissimo, ma che ha anche una percentuale altissima di diffusione della pratica sportiva. Nulla succede per caso. E uno dei motivi ha un nome preciso: multidisciplinarietà. I bambini e le bambine norvegesi fino a 13 anni non conoscono la iperspecializzazione di una singola disciplina.
A detta di molti Torino 2006 fu una svolta per la città. Possiamo immaginare lo stesso esito per questo 2026 a Milano-Cortina, pensiamo – ma è solo un esempio – al riutilizzo delle strutture, non solo sportive?
Torino 2006 ha cambiato, in meglio, il volto della città e ha cambiato, te lo dico da torinese, la mentalità dei torinesi. Una città che nel mondo era nota per un unico motivo o quasi (naturalmente mi riferisco alla Fiat) si è reinventata con successo grazie a un evento sportivo planetario. È stato un successo anche in termini di infrastrutture e impianti se pensiamo a quelli in città: il PalaInalpi che ospita oggi eventi globali come l’Euromusic Festival, le ATP finals di tennis, concerti importantissimi ed eventi sportivi di carattere internazionale o l’Oval che, oltre a tanti altri eventi, è diventato il cuore del Salone Internazionale del Libro. Però bisogna essere onesti: non è andata allo stesso modo per gli impianti in quota: penso alla pista da bob, abbandonata del 2010, così come il trampolino di Pragelato. Temo succederà qualcosa di simile per gli impianti di Milano-Cortina.
Brignone, Lollobrigida, Fontana, in diversi hanno notato che si tratta di atlete straordinarie non più giovanissime: da uomo e tecnico di sport lo spieghi anche come effetto di discipline meno esposte allo stress dei risultati, e forse della stessa visibilità?
No, la “pressione” non è mai solo un fattore esogeno. Atlete pazzesche come le tre che hai citato la pressione la cercano, la utilizzano come carburante. E credimi in questo (ma forse solo in questo…) non c’è differenza dal calcio al curling. A me piace pensare di più a un’altra cosa: a tre donne che sono apologete della fatica. Ecco, la fatica – nel senso più nobile del termine – è stata per loro il fattore determinante. E devo dirti che questo dovrebbe essere di grande ispirazione per tutti. Federica Brignone poi ha realizzato un’impresa che non esito a definire la più straordinaria di questo primo quarto di millennio. Chi non conosce la sua storia e l’infortunio terribile dieci mesi prima dei suoi trionfi olimpici forse non comprende fino in fondo: questa atleta è passata dal rischio amputazione, al dubbio se sarebbe tornata a camminare a due trionfi olimpici non riuscendo, lo ha dichiarato lei, a chiudere gli scarponi da sola per il dolore. Pazzesca.
Si è fatta qualche ironia sugli italiani improvvisamente innamorati del curling (con decine di meme girati nel salotto di casa con la pentola a pressione e la ramazza…), quanto incide oramai sulla popolarità della disciplina sportiva la dimensione puramente spettacolare e dell’entertainment?
Lo sport ha una dimensione e un valore sociale, ha una dimensione industriale e una enorme componente legata all’entertainment. E queste tre dimensioni interagiscono, dialogano, si intrecciano nel bene o nel male. Così può succedere che una disciplina prima semi-sconosciuta come il curling diventi popolare e una popolarissima, come il calcio (lo dico con dolore, sono un grande appassionato di calcio e penso che abbia un valore sociale altissimo) sia in un periodo mai visto prima di uno scempio etico, finanziario e dello spettacolo offerto. Lo sport italiano si è capovolto: battiamo gli inglesi nel rugby, gli americani nel baseball mentre stanno malissimo due discipline che hanno segnato la storia del nostro Paese soprattutto nel Novecento come calcio e ciclismo. Fammi dire con orgoglio che la “mia” pallavolo è la disciplina sportiva azzurra con il rapporto più longevo di risultati straordinari, spettacolo e valori etici.
Alla nostra Brignone, imprevista vincitrice di due ori dopo un incidente devastante meno di un anno fa, ha fatto eco la parabola inversa del campionissimo Ilia Malinin, trionfatore annunciato e tradito dalla troppa tensione: quanto conta negli sport individuali la chiave psicologica?
Posso dirti con certezza che la componente mentale è stata una delle chiavi del successo di Federica. Lo dico a ragion veduta: nello staff di Federica c’è un numero uno di psicologia dello sport, il prof. Giuseppe Vercelli, con cui ho avuto il piacere di lavorare con le mie squadre per tanti anni. Poi, certo, lo psicologo dello sport da solo non basta: serve il talento fuori scala e la grandezza di un’atleta straordinaria come Federica. Malinin è anche lui un talento pazzesco, nessun dubbio. Probabilmente il più grande talento mai visto in un palazzetto del ghiaccio. Però c’erano stati tanti segnali prima degli errori che gli hanno fatto perdere una medaglia olimpica che sembrava già assegnata. E, se posso, da allenatore ti dico che diffido moltissimo del doppio ruolo padre-allenatore, come nel suo caso. Sono tanti i casi, e in tante discipline diverse, che testimoniano che quel rapporto è difficilissimo da far funzionare. Posso anche dirti due cose che fanno tenerezza e anche molto pensare: Federica Brignone ha detto, dopo le vittorie delle sue due medaglie, d’oro: “le restituirei se potessi riavere la mia vira di prima: giocare a tennis, a beach volley, ballare il liscio con gli anziani del mio paese”, mentre Ilia Malinin sembrava felice solo nel Gran Galà, la “festa” finale del pattinaggio artistico dove non si pattina per una medaglia, ma per la bellezza del gesto…

ERIC SALARD, CC BY-SA 4.0 <https://creativecommons.org/licenses/by-sa/4.0>, via Wikimedia Commons
Alla fine Trump non si è visto. Annunciato alla finale dell’hockey tra USA e Canada ha preferito forse evitare un’accoglienza quanto meno fredda. Restano i fischi al suo vice, J.D. Vance, la sera della cerimonia di apertura, pensi che, qualunque sforzo facciano al CIO, una dimensione politica è destinata a condizionare il clima dei giochi?
Trump sarebbe stato sommerso di fischi dal pubblico del Santa Giulia che era in larghissima maggioranza canadese. Non è stato comunque quello a non farlo partecipare alla finale, ma gli impegni per mettere a punto una guerra, rinunciando alle trattative diplomatiche che erano in corso. In ogni caso non ha perso l’occasione di pubblicare un video fatto con l’intelligenza artificiale che lo ritrae hockeista con la divida degli USA e impegnato a prendere a cazzotti un atleta canadese. Anche quest’ultima tragicomica farsa ci ricorda, per rispondere alla tua domanda, che lo sport è inevitabilmente e indissolubilmente legato a una dimensione politica. Però, in verità, lo è sempre stato, fin dal 776 a.C. quando gli atleti iniziarono ad andare a Olimpia, proprio per rappresentare la propria polís. Che, peraltro, è la radice stessa della parola politica. Insomma, chi ancora oggi dice che sport e politica devono restare separati mente sapendo di mentire, dice un’imprecisione senza alcun fondamento storico e, cosa più importante di tutte, abdica al ruolo che lo sport deve invece rivendicare come “fatto sociale totale” come avrebbe detto l’antropologo Marcell Mauss.
Insisto sul punto, dal boicottaggio americano ai giochi di Mosca e quello sovietico alle Olimpiadi di Los Angeles, passando per il pugno alzato di Smith e Carlos a Città del Messico, i giochi hanno vissuto un lungo elenco di proteste pacifiche. A Milano-Cortina è stato il caso del casco dell’atleta ucraino Vladyslav Heraskevich subito sanzionato in obbedienza al regolamento del CIO. Qui la domanda è allo sportivo e al parlamentare: non pensi che quel regolamento andrebbe cambiato e che pensare di tenere non la politica, ma la realtà fuori dai Giochi è un po’ come immaginare di fermare l’acqua con le mani?
Come dicevo prima lo sport, e a maggior ragione lo sport olimpico, è un fatto politico, nel senso più alto del termine. Lo sport è stato strumento di propaganda, basti pensare ai Giochi Olimpici di Berlino 1936 o ai Mondiali di calcio di Argentina 1978, giusto per citare i casi più eclatanti, ma è stato anche strumento di rivendicazione dei diritti. Il pugno alzato di Smith e Carlos che hai ricordato è stato un manifesto potentissimo contro il razzismo, così come il mondiale di rugby del 1995, quello di Nelson Mandela con la maglia degli Sprinboks, è stato uno strumento di riconciliazione incredibile per il Sudafrica. Il caso dello skeletonista (e ricordiamolo, portabandiera) ucraino Vladyslav Heraskevich è stato incredibile. Le lacrime di Kirsty Coventry sono lacrime di coccodrillo. Quella squalifica è stata un’ingiustizia assoluta. Far passare come “gesto politico” un casco con i visi di atleti ucraini uccisi dall’aggressione russa, alla luce poi della ricomparsa di bandiera e inno russo ai successivi Giochi Paralimpici è stato un momento incommentabile, certamente una vergogna per il CIO. Capisco che non sia facile trovare soluzioni “universali”, ma in certi casi dovrebbe valere il senso di responsabilità di un’organizzazione internazionale cui è affidata l’organizzazione di una delle cose più belle che l’umanità abbia inventato: i Giochi Olimpici.
Alla vigilia dei Giochi il presidente Mattarella aveva avanzato la proposta di una tregua olimpica. Purtroppo non è avvenuto e in quelle due settimane in Ucraina come a Gaza e in troppi altri luoghi si è continuato a morire. La giudichi soltanto un’occasione persa o la conferma di uno sport che ancora non ha la forza di condizionare processi e drammi che vanno ben oltre il perimetro di uno stadio?
Voglio essere chiaro: abbiamo un’idea molto romantica di tregua olimpica che, anche in questo caso, è molto lontana dalla verità storica. Lo sport non ha mai fermato le guerre, neanche nell’antica Grecia. Neanche la Guerra del Peloponneso, tanto per citare un caso emblematico di una società che era in guerra permanente, si fermò mai per i Giochi Olimpici. La tregua olimpica era un lasciapassare: permetteva agli atleti e al pubblico (ad ogni edizione 50/60.000 spettatori arrivavano a Olimpia per seguire i Giochi) di attraversare incolumi le zone di guerra, trasformando così Olimpia (che non era una polís, ma un luogo sacro, di culto) nella casa della diplomazia. Che credo sia ancora più importante che fermare, temporaneamente, una guerra. Però lo sport ha sempre avuto un potere sanzionatorio che fu esercitato contro Sparta nel 420 a.C. proprio per aver violato la tregua olimpica. Il CIO ha esercitato questo potere contro la Russia, e se vuoi la mia opinione, giustamente quattro soli giorni dopo la violazione della tregua olimpica (eravamo alla fine dei Giochi Paralimpici di Pechino) con l’aggressione all’Ucraina. Non lo ha fatto invece nei confronti di Israele sia per i bombardamenti di Gaza, sia per il sistematico apartheid che impedisce l’attività sportiva in Palestina (il Sudafrica, per l’apartheid, fu fuori dai Giochi Olimpici per ventiquattro anni). E non lo ha fatto dopo la clamorosa violazione della tregua olimpica da parte ancora di Israele e Usa nel caso dell’attacco all’Iran (ricordo che la tregua olimpica, dal 1993, è un’iniziativa del CIO che si trasforma in risoluzione dell’ONU entra in vigore sette giorni prima dell’inizio dei Giochi Olimpici e termina sette giorni dopo la fine dei Giochi Paralimpici). Sono pronto a confrontarmi con le tesi di chi sostiene che lo sport non dovrebbe sanzionare nessuno, che gli atleti non sono responsabili delle scelte dei loro governi e così via. Ho una mia idea, ma comprendo le ragioni. Non comprendo e non accetto invece la doppia morale dell’applicare questo potere sanzionatorio a intermittenza, in alcuni casi sì, in altri no.
Eppure, dopo 27 anni di prigione, Nelson Mandela nel 1995 sostenne la corsa vincente della nazionale sudafricana ai mondiali di rugby scrivendo una pagina storica nella pacificazione di quel paese a lungo lacerato. Ti sentiresti di dire che da troppo tempo siamo tutti orfani di uno o più Mandela?
Siamo tragicamente orfani (e non solo nello sport) di uomini come Nelson Mandela capaci di resistere a difficoltà straordinarie, di vincere la propria battaglia e di riconciliare un Paese, per esempio scegliendo come suo vice De Klerk, uomo così diverso da lui, ma necessario per quel processo di riconciliazione. Oggi viviamo l’epoca del bullismo istituzionale, della legge del più forte, del disprezzo e dell’umiliazione dell’avversario. Sì siamo orfani di leader della statura morale e politica di Nelson Mandela.
Entriamo un po’ nelle polemiche sui costi. Un pezzo della sinistra, e non solo, ha confermato tutta la diffidenza verso l’evento in nome dei costi elevati, del disboscamento di alcune aree o la costruzione di impianti destinati a restare delle cattedrali nel deserto. Condividi alcune di quelle critiche o sei comunque dell’idea che un grande evento globale merita tutto l’impegno anche finanziario perché i benefici culturali e simbolici sono comunque di gran lunga maggiori?
Come dicevo credo si vada verso una legacy, in termine di impianti, simile a quella di Torino 2006. Non vedo particolari problemi a Milano, ho invece infiniti dubbi, che sono felice di aver manifestato fin da quando dovevano ancora iniziare i lavori, sulla pista da bob di Cortina. Oltre al denaro pubblico e allo scempio ambientale, credo ci saranno gravi problemi di utilizzo. Anche perché è inevitabile che alcune discipline sportive invernali avranno sempre più problemi di sostenibilità in futuro, in virtù dei cambiamenti climatici. Per capirci, la vecchia pista da bob di Cortina era refrigerata quasi completamente al naturale, la nuova, per lo stesso scopo, richiede dei sistemi tecnologi complessi. Ho sempre pensato che la costruzione della nuova pista fosse un errore. E lo penso ancora.
Quanto alle polemiche su costi e trasparenza ricorderai la scelta della sindaca Raggi nel 2016 di ritirare la candidatura di Roma per le Olimpiadi estive del 2024. Che giudizio avevi avuto allora su quella scelta?
Sono romanticamente legato all’idea che sia importante e giusto confrontarsi con grandi sfide, che naturalmente sono anche un po’ rischiose, con l’ambizione che si possano realizzare cose molto importanti, facendole anche bene, in modo onesto e sostenibile. Che sia possibile non lo dico io, ma alcuni esempi virtuosi. Il più brillante è stato quello di Barcellona 1992. In quell’occasione (in una Spagna che non era affatto in una situazione semplice e pacificata) i Giochi Olimpici portarono letteralmente il mare a Barcellona, che ne era divisa da una zona industriale e degradata. Oggi guardare il quartiere sul litorale di Barcellona, La Barceloneta, restituisce l’idea di come sia possibile fare cose che sembrano impossibili.
Oggi il sindaco Gualtieri in un certo modo quel dossier lo ha riaperto ipotizzando la candidatura della Capitale per i Giochi del 2040. Firmeresti il suo appello?
Certamente una candidatura come quella di Roma sarebbe una sfida come quelle di cui ho parlato. Molto difficile, per cui molto attraente. Di sicuro non bisogna agire sulla scorta dell’entusiasmo per Milano-Cortina (ho letto che svariate regioni, di tutti i colori politici, hanno avanzato candidature). Il dossier richiede un rigore, una visione e sfida collettiva che hanno bisogno di tutto il tempo necessario. Però, se posso, ti voglio dire una cosa forse un po’ spiazzante: la nostra Europa è sempre più marginale, sempre più sotto attacco, la nostra Europa, il continente che ha inventato lo sport, il calcio, i Giochi Olimpici (sia quelli di Olimpia che quelli moderni) ha perso ogni rilevanza dal punto di vista geopolitico, in senso tanto generale che sportivo. E allora sai cosa mi piacerebbe: Roma capofila di una candidatura che tenga insieme le grandi capitali europee: Madrid, Parigi, Berlino, Londra, Vienna, Bruxelles per il suo valore simbolico, Atene per il suo valore legato alla storia dei Giochi. Insomma, forse sono un visionario, ma mi piacerebbe vedere l’Europa riprendersi il ruolo che merita e che deve esercitare, anche nello sport. Ricordiamo che per molto tempo non rivedremo i Giochi estivi in Europa: Los Angeles 2028 (negli ultimi mesi della presidenza Trump, che rischio), Brisbane 2032, una forte candidatura dell’India per il 2036. Il vecchio Continente rischia davvero l’insignificanza. Sarebbe bello che fosse lo sport a ridarle centralità.
La domanda è obbligata e, credimi, non retorica: in tutta onestà che giudizio dai del modo in cui il governo Meloni e il ministro Abodi hanno affrontato e gestito l’evento sportivo globale più importante dell’anno?
In tutta onestà, è davvero troppo presto. La valutazione non può che essere legata alla legacy che non è valutabile adesso. Dal punto di vista organizzativo direi che tutto è andato bene, così come il risultato sportivo che però non può far parte di queste valutazioni. Il giudizio sul governo passerà necessariamente attraverso il dato economico (e qui c’è più di un punto interrogativo), ambientale (anche qui…) di infrastrutture realmente utili e realmente utilizzate. E aggiungo di impatto sulla “sportivizzazione” del Paese. Se mi saranno dati che dimostrano che grazie a Milano-Cortina più bambini si sono avvicinati alla pratica sportiva e più over 70 hanno capito che la cultura del movimento è un modo per prendersi cura di sé, ammalarsi di meno, far risparmiare denaro al Sistema Sanitario Nazionale allora sarò il primo ad applaudire. Se i Giochi Paralimpici faranno avvicinare più ragazzi con disabilità allo sport, applaudirò ancora più forte. Certamente non può bastare, anzi, fa sorridere, che qualche politico si sia attribuito, più o meno esplicitamente, il merito di successi sportivi.
E se la stessa domanda te la rivolgo sul Comune di Milano e sulle due Regioni coinvolte, Lombardia e Veneto?
La risposta è esattamente la stessa. Ribadisco che probabilmente per gli impianti in città sarà più facile che per quelli in montagna.
Torno a interpellarti da uomo di sport. A quale atleta – un uomo e una donna – assegneresti la medaglia olimpica come simbolo di questi Giochi?
Questa è una domanda cattiva. Difficilissimo indicare solo una donna e solo un uomo. Però sto al gioco e dico Arianna Fontana, la nostra pattinatrice di short track, e Johannes Klaebo, fondista norvegese. Fontana, 14 medaglie olimpiche in carriera, l’italiana più medagliata della storia dei Giochi, estivi e invernali insieme. Klaebo, undici medaglie d’oro olimpiche (più un argento e un bronzo) a Milano-Cortina sei medaglie d’oro in sei gare disputate. Un marziano. Però concedimi delle menzioni speciali: per le imprese in assoluto più difficili a Federica Brignone e Flora Tabanelli e, per averci fatto molto pensare, ad Atle Lie McGrath per la sua fuga nel bosco dopo essere caduto nello slalom da favorito assoluto.

Tra quattro anni i Giochi invernali traslocheranno sulle Alpi francesi. Ai Giochi di Grenoble nel 1968, Jean-Claude Killy vinse l’oro nella discesa e nei due slalom, speciale e gigante. Una specie di Superman, altri tempi, ma ti sentiresti di dire che le trenta medaglie di Milano-Cortina sono la conferma di uno sport italiano in salute come non mai? Per milioni di bambine, bambini, ragazze e ragazzi è forse una notizia tra le più positive, soprattutto pensando che non conta solo l’agonismo ma lo sport come bellezza di socialità.
Nel frattempo, spero che vada in porto l’idea, fra quattro anni, che le gare di pattinaggio di velocità dei Giochi invernali 2030 organizzati sulle Alpi francesi si disputino nella mia Torino. L’impianto è pronto e tornando al tema della sostenibilità, questa porzione di Giochi Olimpici transfrontaliera sarebbe un bellissimo segnale. Rispondo alla seconda parte della domanda, ahimè, dicendo che lo sport italiano di vertice è senz’altro in salute, gode di grandi attenzioni, grandi investimenti e possiede una scuola tecnica di eccellenza assoluta nel mondo. Tutto ciò, purtroppo, ha poco a che fare con lo sport per tutti e per tutte, con quei milioni di bambini e bambine che non hanno neppure l’insegnante di educazione motoria nei primi tre anni della scuola primaria (Italia, unico Paese in Europa…) o vanno a scuola in uno di quel più di 50% di scuole italiane che non hanno una palestra. In questo caso la scelta è davvero un fatto politico. Si tratta di decidere dove mettere le risorse e il denaro pubblico: sugli eventi? Sulla preparazione olimpica dei grandi campioni? Sulle scuole? Per le persone avanti con gli anni? Per lo sport come strumento di inclusione per le seconde e terze generazioni? Per lo sport negli istituti penitenziari? E potrei andare avanti a lungo. Io, semplicemente, sostengo che il CONI per definizione deve occuparsi degli sport di eccellenza, mentre lo sport nelle scuole, per gli anziani, per l’inclusione è un tema che non può essere delegato e deve essere di interesse prioritario di politiche pubbliche. Dovremmo immaginarci un Paese con LEP sportivi e una grande iniziativa pubblica per favorire l’accesso allo sport anche per chi lo sport non se lo può permettere. Tutto quanto ho scritto, peraltro, sarebbe una naturale conseguenza dell’articolo 33 della Costituzione che dall’ottobre 2023, per scelta unanime del Parlamento, recita “la Repubblica riconosce il valore educativo, sociale e di promozione del benessere psicofisico dell’attività sportiva in tutte le sue forme”
Sono appena terminate le paralimpiadi: anche in questo ambito quanti e quali passi avanti si sono compiuti?
Tanti, ma purtroppo non ancora abbastanza. Complice anche il fatto delle tensioni geopolitiche questa edizione dei Giochi Paralimpici è passata troppo sotto silenzio, nonostante anche in questo caso, grandi risultati sportivi delle atlete e degli atleti azzurri. Probabilmente l’unica strada, seppur complicata, per ottenere un’attenzione equivalente è quella dell’unificazione dei Giochi olimpici con quelli paralimpici. Temo ci vorrà ancora molto tempo. Perfino la recente elezione del presidente del Coni, dove correva Luca Pancalli, prima grande atleta paralimpico e poi per tanti anni Presidente del CIP ha dimostrato che, purtroppo, non siamo ancora pronti, o che lo siamo solo a parole. È un peccato: le storie delle atlete e degli atleti paralimpici sono un serbatoio di ispirazione mostruosamente importante.
Per finire, e per pura soddisfazione, sei d’accordo che Ghali batte Petrecca per squalifica?
Ti rispondo dicendo che Petrecca probabilmente non lo ricorda già più nessuno, mentre Ghali resta un ragazzo straordinario, seguito da milioni di giovani, capace di trasmettere messaggi magari scomodi, ma di enorme importanza. Nemesi ha voluto che si sia persa traccia e smarrito il nome di colui che non volle pronunciare il nome di Ghali alla cerimonia di apertura…



