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Madri penalizzate, padri premiati: il paradosso della genitorialità in Italia

A marzo, in occasione della Giornata Internazionale della Donna, siamo inondati di statistiche e opinioni sull’occupazione femminile, sui divari di genere nelle retribuzioni, nella carriera, nei ruoli apicali e istituzionali in generale. Ora che siamo in aprile e i riflettori si sono spenti, è forse il momento migliore per tematizzare la questione fuori dalla retorica dell’8 marzo. I dati riportano drasticamente la realtà: le donne sono ancora profondamente discriminate nei percorsi professionali e, ogni anno, abbiamo la conferma che il principale ostacolo rimane la maternità.

L’illusione della denatalità come responsabilità individuale

Oggi si parla di denatalità quasi fosse una colpa delle donne, legandola strettamente alla tenuta del sistema previdenziale. Si tende a credere, erroneamente, che fare più figli basti a equilibrare i conti pubblici. La realtà è diversa: per garantire la sostenibilità del welfare e della sanità, serve occupazione di qualità. Occorrono retribuzioni dignitose, contributi regolari e una base fiscale solida, sia nel lavoro dipendente che in quello autonomo. È un principio matematico: maggiore è il versamento, più sicura sarà la pensione futura.

Il “premio” della paternità e la “tassa” della maternità

Se analizziamo i percorsi lavorativi, emerge un dato che indigna: la nascita di un figlio agisce come uno spartiacque discriminatorio.

  • Per le madri: I dati INPS mostrano una perdita salariale media di 5.700 € annui dopo il parto, una cifra che difficilmente viene recuperata nel tempo.
  • Per i padri: Paradossalmente, la stessa nascita funge da “premialità”. Nei sette anni successivi, un padre può vedere la propria retribuzione aumentare fino al 50%.

Il pregiudizio culturale è radicato: un neo-papà è percepito dall’azienda come un soggetto più affidabile, più impegnato e disposto a lavorare di più per mantenere la famiglia. Al contrario, la madre viene vista come un “costo” o un elemento meno disponibile, utilizzerà i congedi parentali, avrà “una parte di testa” impegnata per la famiglia, quasi fosse una colpa.

E’ evidente che se la responsabilità genitoriale fosse condivisa realmente non potrebbero scattare questi pregiudizi e stereotipi, ma anche recentemente l’attuale governo ha bocciato le proposte di legge migliorative sui congedi parentali ed in particolare la proposta del PD di congedi paritari.

Serve un cambiamento culturale, ma le leggi potrebbero aiutare, i 10 giorni di congedo di paternità obbligatori, per il momento, non hanno garantito il risultato atteso. I padri temono che l’utilizzo dei congedi li porti ad essere discriminati come è successo alle madri.

Ogni anno in occasione della Festa del Papà il 19 marzo bisogna pubblicizzare positivamente il maggior utilizzo dei congedi, una maggiore responsabilizzazione dei padri, un coinvolgimento nella crescita dei figli potrebbe portare anche ad un’educazione al rispetto reciproco che vediamo troppo spesso calpestato nei rapporti interpersonali anche affettivi.

Servizi carenti e investimenti mancati

Per sostenere l’occupazione femminile servono infrastrutture, servizi, asili nido, scuole per l’infanzia e scuole in generale a tempo pieno, non solo bonus una tantum. È grave constatare che le risorse del PNRR non siano state pienamente sfruttate per il potenziamento degli asili nido.

Aumentare i servizi e il tempo pieno favorirebbe anche occupazione di qualità, retribuzioni e contribuzione e irpef con conseguente vantaggio per tutta la società.

Da sempre diciamo che l’aumento dell’occupazione femminile è un volano di crescita anche del PIL, non basta più saperlo e dirlo, bisogna attivare strumenti per realizzarla.

Nella Legge di Bilancio per il 2025, la sproporzione era stata evidente:

  • 330 milioni di euro stanziati per il “Bonus Nascita” da 1.000 € per il 2025 e 360 milioni dal 2026.
  • Solo 102 milioni di euro aggiuntivi al “Bonus Nido”, 136 per il 2026, una misura strutturale che dal 2016 (non a caso da un governo di centro sinistra) sostiene concretamente le famiglie, ma che resta sottofinanziata.

La trappola delle dimissioni “volontarie”

Ancora purtroppo troppe donne scelgono “le dimissioni volontarie” entro il primo anno dalla nascita. Spesso è una scelta obbligata dalla mancanza di supporto, dalla mancanza di servizi: la prospettiva di due anni di NASPI (circa 1.000 € al mese) permette di accudire il figlio, cullandosi nell’idea che “un lavoro dopo si troverà comunque”.

Tuttavia, si tratta di una trappola. Quando queste donne si ripresentano nel mercato, spesso trovano solo lavoro povero, part-time involontari o posizioni dequalificate rispetto al passato. Fino alla nascita del primo figlio, i percorsi di carriera tra uomini e donne sono sostanzialmente paralleli; è la genitorialità a spezzare questa parità, condannando le donne a una debolezza contrattuale che pesa su tutta la loro vita futura e di conseguenza anche sulla pensione.

Bisogna anche cominciare a pensare che si vive più a lungo, ma non sani fino all’ultimo giorno,  esiste anche un problema di accudimento delle persone non autosufficienti, quindi ai lavori di cura per l’infanzia si aggiungono quelli per gli anziani, dopo la splendida norma di Livia Turco del 2000 dei due anni di congedo indennizzato al 100% della retribuzione e con contribuzione previdenziale figurativa non si è più aggiunto nulla, l’ultimo decreto in discussione in parlamento per i caregiver prevede un massimo di 400 euro al mese per un massimo di 3 anni.

Esiste una conseguenza grave reale a tutto ciò: le case di risposo hanno costi importanti, se le pensioni sono basse, il costo grava comunque sulla collettività.

Preoccuparsi quindi che anche le donne, che peraltro vivono più a lungo, abbiano pensioni dignitose non è solo un investimento giusto e doveroso, ma anche un risparmio futuro per la società.