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Magnifica Humanitas e il lavoro nel nuovo secolo

Ci sono encicliche che entrano nel dibattito pubblico per una formula o una condanna. Altre spostano il punto da cui osserviamo una trasformazione storica. Magnifica Humanitas, la prima enciclica di Leone XIV, appartiene a questa seconda categoria. Molti la leggeranno come un testo sull’intelligenza artificiale, sulle piattaforme, sul potere tecnico. Ma il suo nucleo più politicamente denso riguarda il lavoro, nel senso più profondo.

 

A 135 anni dalla Rerum Novarum – che portò la questione operaia dentro il pensiero sociale della Chiesa – Magnifica Humanitas riporta al centro una domanda che appartiene al cuore della democrazia: che cosa accade al lavoro quando il potere che lo organizza, lo misura e lo governa migra dentro sistemi algoritmici?

 

La rivoluzione industriale aveva reso visibile il conflitto tra capitale e lavoro nelle fabbriche, nelle miniere, nei cantieri. La rivoluzione digitale tende a renderlo opaco. Il potere non scompare: cambia infrastruttura.

 

Una parte crescente dell’organizzazione del lavoro non passa più soltanto da dirigenti, turni e gerarchie. Passa attraverso codici, piattaforme, sistemi predittivi, metriche automatiche. L’algoritmo assegna priorità, misura tempi, classifica performance, distribuisce opportunità, orienta comportamenti. In alcuni casi decide chi lavora, quanto e a quali condizioni.

 

L’enciclica coglie questo passaggio quando riprende la formula già contenuta nella Nota vaticana Antiqua et nova: gli attuali approcci tecnologici possono “dequalificare i lavoratori, sottoporli a una sorveglianza automatizzata e relegarli a funzioni rigide e ripetitive”.

 

Per anni ci è stato raccontato che l’automazione avrebbe liberato il lavoro dai compiti più gravosi e meccanici. In parte è accaduto. Ma in molti settori si è aperta una dinamica diversa: la macchina non sostituisce il lavoratore, spesso lo disciplina.

 

Lo si vede nei magazzini logistici, dove il ritmo è scandito da monitoraggi continui e tempi ottimizzati. Nelle piattaforme di consegna, dove ranking, geolocalizzazione e sistemi reputazionali organizzano la giornata di migliaia di lavoratori. Nei call center, dove la performance viene letta in tempo reale attraverso indicatori sempre più granulari. Nel lavoro impiegatizio, dove dashboard e scoring automatici ridefiniscono margini di autonomia e responsabilità. La promessa di efficienza si trasforma in una nuova subordinazione strutturalmente invisibile.

 

Il conflitto che per oltre un secolo abbiamo letto come rapporto tra capitale industriale e lavoro umano si sposta progressivamente verso un rapporto tra capitale computazionale e lavoro organizzato. Chi possiede l’infrastruttura digitale possiede la capacità di orientare tempi, standard, decisioni e valore. Il potere economico coincide sempre più con il potere organizzativo e informativo.

 

La questione assume però una scala ulteriore. Non riguarda soltanto il rapporto tra impresa e lavoratore: riguarda la capacità democratica di governare le infrastrutture che organizzano il lavoro contemporaneo. Nell’economia digitale, la sovranità non è solo tecnologica. È sovranità sul lavoro: su chi definisce le regole, su chi controlla gli standard, su chi decide come l’innovazione entra nella vita produttiva.

 

Il lavoro algoritmico non può essere lasciato al mercato né alla sola regolazione privata delle imprese. Il governo delle trasformazioni tecnologiche richiede diritti collettivi, corpi intermedi e capacità pubblica di regolazione – una tradizione di riformismo del lavoro e di democrazia sociale che Magnifica Humanitas richiama esplicitamente.

 

La contrattazione del XXI secolo dovrà entrare dentro i sistemi che organizzano il lavoro: contrattazione collettiva sugli algoritmi, trasparenza nei criteri delle decisioni automatizzate che incidono sulla vita dei lavoratori, diritto di accesso e verifica per le rappresentanze sindacali, audit indipendenti, valutazioni preventive d’impatto, diritto al ricorso effettivo quando una decisione automatizzata incide su salario, credito, welfare, assunzione o licenziamento. Non si tratta di frenare l’innovazione: si tratta di impedire che produca asimmetrie prive di responsabilità.

 

L’intelligenza artificiale viene raccontata come un’infrastruttura immateriale. In realtà poggia su una filiera materiale e umana enorme, spesso deliberatamente invisibile. Dietro i modelli di uso quotidiano c’è il lavoro di chi etichetta dati, modera contenuti violenti, corregge errori, addestra sistemi – micro-lavoro digitale diffuso in Paesi a basso reddito, svolto per compensi minimi e senza adeguate tutele. A monte ci sono miniere, estrazione di terre rare, catene globali di approvvigionamento dove la dignità del lavoro resta l’anello più fragile.

 

Quando Leone XIV parla di una “catena di sfruttamento deliberatamente invisibile”, individua una responsabilità precisa: riportare trasparenza e giustizia dentro la catena del valore digitale attraverso standard sociali, responsabilità industriali e regole pubbliche lungo tutta la filiera dell’IA – come l’Europa ha già avviato in altri settori, dal tessile ai minerali di conflitto. Difendere il lavoro, oggi, significa anche costruire una capacità democratica e industriale che non lasci l’intera infrastruttura tecnologica nelle mani di pochi attori globali.

 

Magnifica Humanitas ha riportato il lavoro al centro di una trasformazione che rischiava di essere raccontata soltanto in termini di potenza tecnica. L’intelligenza artificiale non ridefinisce solo il modo in cui produciamo informazione o automatizziamo decisioni: ridefinisce rapporti di forza, organizzazione del lavoro, distribuzione del potere economico. Come alla fine dell’Ottocento, la sfida non è arrestare la trasformazione, ma impedire che produca concentrazione, subordinazione e fragilità democratica.

 

La Rerum Novarum pose la domanda sul rapporto tra capitale industriale e lavoro. Magnifica Humanitas la ripropone dentro il tempo del codice, delle piattaforme e dell’automazione. La risposta dovrà essere politica, sociale e democratica – nei luoghi di lavoro, nei corpi intermedi, nelle istituzioni nazionali e in una dimensione europea capace di governare la trasformazione produttiva senza separare innovazione, giustizia sociale e dignità del lavoro.

 

* Lorenzo Basso e Antonio Nicita sono Senatori del Partito democratico