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Nascere “dalla parte sbagliata” non può essere una colpa

Nel mio percorso come Assessora al Lavoro, nella giunta della provincia autonoma Alto Adige/Sùdtirol ho ribadito spesso un concetto che ritengo fondamentale: nascere in un luogo o in un altro del mondo determina, ancora oggi, progetti di vita radicalmente diversi. Lo si diceva pensando a chi veniva in una provincia della piena occupazione, quasi per far capire agli autoctoni la necessità di esercitarsi nell’accoglienza. Un tempo potevamo anche permetterci di parlare di chi lasciava la propria terra per scelta, per curiosità, per “sperimentare se stessi” o per conoscere il mondo. Ma già allora, la realtà era ben più cruda: la maggior parte si muoveva semplicemente per sopravvivere. Oggi, purtroppo, questa analisi non basta più. Non parliamo solo di migrazioni economiche; siamo di fronte a una geografia della distruzione. Territori devastati da conflitti permanenti dove la vita umana è messa a rischio ogni singolo istante.

Oltre il pregiudizio

Nascere “dalla parte sbagliata” del confine non è più solo un argomento per contrastare chi alimenta l’odio verso lo straniero o verso chi ha un diverso colore della pelle. Oggi è una presa di coscienza necessaria sulla fragilità globale. Il mondo è in fiamme, e la differenza tra la vita e la morte è diventata una pura questione di coordinate geografiche.

Questa disparità colpisce ferocemente le donne. Esiste ancora un abisso culturale che concede agli uomini una prospettiva di futuro, mentre relega troppe donne a una condizione di sottomissione. Negli anni ’70, in Italia, distinguevamo tra emancipazione e liberazione: oggi quella distinzione sembra quasi un lusso intellettuale di fronte alla necessità primaria di difendere l’integrità stessa della persona. Tuttavia, non dobbiamo smettere di lottare affinché l’emancipazione sia il terreno comune su cui costruire ogni nuova libertà. La condizione delle donne nel mondo è ancora una situazione di svantaggio, nella nostra piccola realtà cerchiamo di tematizzare che i femminicidi fanno parte di una cultura del patriarcato, sono tutti aspetti e dettagli più o meno significativi e diffusi di mancanza del rispetto tra i popoli, tra i generi, tra le persone. Violenza e sopraffazione come logica del solo potere.

Abbiamo assistito alla condizione delle donne in Afghanistan quando nel maggio del 2021 si avviò il ritiro delle truppe statunitensi e della coalizione NATO, le conquiste fatte furono cancellate.

Le lotte delle donne in Iran. Le donne iraniane continuano la loro strenua lotta per i diritti fondamentali, sfidando il regime teocratico attraverso forme di resistenza civile e disobbedienza.

Il paradosso della tecnologia e l’incapacità della politica

Viviamo in un’era di paradossi insostenibili:

  • Siamo capaci di lanciare razzi e navette spaziali verso la Luna.
  • Perfezioniamo droni per uccidere con precisione chirurgica.
  • Eppure, non siamo capaci di sederci intorno a un tavolo.

È inaccettabile che i “potenti della Terra” non riescano a trovare mediazioni diplomatiche, preferendo la logica delle armi alle normali trattative che dovrebbero regolare le controversie tra nazioni civili.

Le cicatrici delle guerre: Ucraina e Palestina come esempi

Le guerre portano distruzione materiale ma anche ambientale e morale. Pensiamo ai danni che anni di conflitto in Ucraina causato dall’invasione russa stanno infliggendo a quella popolazione; è creare odio per generazioni e generazioni. Non è solo un problema di quel territorio, non è solo una questione di macerie, ma di veleni: basti pensare alla quantità di amianto e sostanze tossiche che circolano nell’aria dopo ogni bombardamento, ipotecando la salute delle generazioni future. Quindi odio, distruzione e malattie, conseguenze non risolvibili da chi è in conflitto oggi.

E lo sguardo non può che andare anche alla Palestina. Ricordo il “Time for Peace” del 1990: sembrava che il traguardo di “due popoli, due Stati” fosse a un passo. Oggi, invece, assistiamo alla devastazione e al rischio di annientamento di un intero popolo, con tutte le inevitabili conseguenze.

Un appello all’impegno comune

Non possiamo più restare spettatori e spettatrici. Dobbiamo far sentire la nostra voce, ferma e contraria alle logiche di morte. La pace non è un’astrazione, ma una costruzione quotidiana che richiede il coraggio della parola e dell’azione.

Ognuno e ognuna di noi deve fare qualcosa. Perché il silenzio, di fronte a tutto questo, finisce per diventare complicità. È tempo di esigere che la politica torni a essere l’arte del dialogo e non lo strumento della distruzione.