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di Nicoletta Pirozzi
L’azione europea del governo italiano si distingue per un indubbio attivismo, ma anche per una persistente ambiguità strategica. Il nodo centrale è il tentativo di conciliare due direttrici sempre più difficili da tenere insieme: una collaborazione costruttiva nell’Unione europea e un rapporto privilegiato con gli Stati Uniti guidati da Donald Trump. In questo quadro si colloca la leadership di Giorgia Meloni, che ha rivendicato per l’Italia un ruolo di ponte tra le due sponde dell’Atlantico, senza però sciogliere le contraddizioni di fondo di questa impostazione.
Fin dall’inizio della nuova fase politica americana, Meloni ha investito molto sul rapporto personale con Trump, sottolineando affinità ideologiche e una comune sensibilità su sovranità, sicurezza e priorità economiche. L’obiettivo dichiarato è stato quello di “non dividere l’Occidente”. Tuttavia, questa scelta ha collocato Roma in una posizione scomoda: mentre a Bruxelles cresceva la consapevolezza della necessità di rafforzare l’autonomia strategica europea, anche in risposta alle incertezze provenienti da Washington, l’Italia ha evitato di schierarsi con decisione a favore di un salto qualitativo dell’integrazione.
Sul dossier ucraino, il governo non si è formalmente discostato dal consenso europeo, confermando il sostegno a Kyiv e partecipando agli sforzi comuni. Tuttavia, è rimasto ai margini delle iniziative più ambiziose, come la “coalizione dei volenterosi” promossa da Emmanuel Macron e dal Regno Unito per offrire garanzie di sicurezza dirette. La linea di Roma, contraria all’invio di truppe e ancorata esclusivamente al quadro della NATO, ha rispecchiato soprattutto la volontà di non irritare Washington e di non incrinare gli equilibri interni della maggioranza, più che l’elaborazione di una visione autonoma sul futuro della sicurezza europea.
Anche sul piano della difesa emergono ambivalenze. In sede UE il governo ha sostenuto lo scorporo delle spese militari dal calcolo del deficit, ma si è mostrato più cauto rispetto all’ipotesi di mobilitare in modo strutturale risorse comuni attraverso strumenti finanziari integrati. La richiesta di accesso ai fondi SAFE (Security Action for Europe) si inserisce in una logica prevalentemente opportunistica: massimizzare i benefici finanziari limitando le implicazioni politiche di un rafforzamento dell’Unione.
Questa prudenza è stata influenzata anche dalle tensioni interne alla coalizione, in particolare dalle posizioni della Lega di Matteo Salvini, spesso oscillanti sul sostegno a Kyiv e sull’aumento delle spese militari. La necessità di mantenere compatta la maggioranza ha finito per condizionare il profilo europeo dell’Italia, riducendone la capacità di assumere iniziative più nette e coerenti.
Sul fronte delle alleanze europee, il governo ha mostrato un certo dinamismo, dialogando con la Commissione guidata da Ursula von der Leyen e riallacciando i rapporti con Berlino dopo l’avvio del governo di Friedrich Merz. Anche la ritrovata sintonia con la Francia di Macron ha consentito all’Italia di incidere su dossier rilevanti, come il finanziamento comune degli aiuti all’Ucraina o il rinvio dell’accordo UE-Mercosur in attesa di maggiori garanzie per l’agricoltura. Parallelamente, Meloni ha continuato a coltivare rapporti con figure controverse come Aleksandar Vučić e Viktor Orbán.
Questa strategia di alleanze “a geometria variabile” appare tuttavia orientata più alla tutela di interessi nazionali immediati che alla costruzione di una visione condivisa di lungo periodo per l’Unione. L’Italia si è mostrata disponibile a sostenere il debito comune per finanziare l’assistenza a Kyiv, ma più reticente quando si è trattato di rafforzare in modo strutturale la governance economica europea o di rilanciare strumenti come gli eurobond per promuovere la competitività. Ha difeso la Politica agricola comune e i fondi di coesione nel negoziato sul prossimo bilancio pluriennale, senza però proporre un disegno complessivo capace di coniugare solidarietà e riforme.
Anche nel campo migratorio l’azione italiana si è concentrata soprattutto sulla dimensione esterna: partenariati con Paesi di origine e transito, gestione dei centri in Albania, promozione del Piano Mattei per l’Africa. Pur cercando il sostegno della Commissione, il governo ha evitato di impegnarsi con decisione su una riforma interna del sistema di asilo che implichi una redistribuzione più equa delle responsabilità tra Stati membri. Ne è derivato un approccio selettivo e intergovernativo, più che una spinta verso un rafforzamento dell’integrazione.
Il risultato è un protagonismo europeo che rischia di restare tattico più che strategico. Il tentativo di fungere da ponte tra Bruxelles e Washington si scontra con una realtà in cui le divergenze transatlantiche tendono ad ampliarsi. Invece di investire con chiarezza nel consolidamento dell’Unione come pilastro della propria sicurezza e prosperità, il governo oscilla tra fedeltà atlantica e pragmatismo europeo, senza sciogliere il nodo di fondo.
Per un Paese strutturalmente esposto a vulnerabilità economiche e geopolitiche, l’integrazione europea non rappresenta un’opzione tra le altre, ma un interesse strategico primario. La difficoltà dell’esecutivo nel tradurre l’attivismo negoziale in una visione coerente di rafforzamento dell’Unione solleva interrogativi sulla capacità dell’Italia di contribuire in modo determinante alla costruzione di un’Europa più unita, autonoma e politicamente coesa in un contesto internazionale sempre più frammentato.
L’Italia dovrebbe invece porsi alla testa di un gruppo di Paesi pronti a investire in un salto di qualità del progetto europeo. Ciò implica, anzitutto, rilanciare forme di debito comune nel negoziato sul bilancio pluriennale 2028-2034 e rafforzare le risorse proprie dell’Unione, per finanziare beni pubblici europei come reti infrastrutturali, una difesa integrata e una transizione climatica e digitale sostenibile.
Ma le risorse non bastano senza un’iniziativa politica forte nei settori finanziario, migratorio e della difesa. In presenza di divisioni strategiche tra Stati membri e di instabilità politica interna, l’impulso potrà venire solo da un gruppo ristretto di Paesi. Occorre però evitare la proliferazione di meccanismi puramente intergovernativi e utilizzare gli strumenti previsti dai Trattati, come le cooperazioni rafforzate, che mantengono l’ancoraggio al quadro istituzionale europeo e riducono il rischio di frammentazione.
Allo stesso tempo, superare la regola dell’unanimità è un passaggio cruciale per ridare slancio alle politiche europee e preparare l’Unione alla nuova fase di allargamento ai Balcani occidentali e a est, un obiettivo strategico per la sicurezza del continente.
Risorse comuni, difesa integrata, riforma della governance: sono queste le battaglie che l’Italia dovrebbe intestarsi per svolgere un ruolo significativo a favore dell’unità europea e della sicurezza dei suoi cittadini. In assenza di un impegno chiaro del governo su questi obiettivi, spetta alle forze politiche progressiste ed europeiste farsi promotrici di una visione più ambiziosa, in Italia e in Europa.
di Nicoletta Pirozzi
Responsabile del programma “Ue, politica e istituzioni” e responsabile delle relazioni istituzionali dello IA
