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Tullio De Mauro e l’attualità della sfida democratica per la scuola dell’uguaglianza

Questo è il testo della relazione introduttiva della senatrice del Pd Cecilia D’Elia al seminario nazionale del CIDI che si è svolto nella Sala Zuccari del Senato lo scorso 8 maggio intitolato “Tullio. De Mauro e la sfida democratica. La scuola dell’uguaglianza” (qui il link dell’iniziativa ) al quale hanno partecipato, tra gli altri, Mario Ambel, Valentina Chinnici, Gianni Cuperlo, Silvana Ferreri, Mirta Michilli, Vanessa Roghi e Albertina Soliani.

 

 

Con il suo impegno, intellettuale e di ricerca, Tullio De Mauro, di cui nel prossimo mese di gennaio ricorrerà il decimo anniversario della morte, ha ribaltato la concezione della grammatica e dell’apprendimento della lingua, valorizzando le diversità linguistiche, “la lingua di casa”, rivisitando il concetto di errore e quello di correzione.

Quest’attenzione per le competenze possedute dai parlanti, che all’epoca era molto legata all’uso dei dialetti, oggi alla presenza di lingue di nuovo insediamento, della lingua dei social, complicata dalla presenza di una informazione parziale, distorta, è stata indicata dalla destra come un invito a non studiare più la grammatica.

 

Non a caso, Tullio De Mauro è stato il principale bersaglio polemico della destra al governo. Il Ministro Valditara ha parlato di “spontaneismo espressivo”: una caricatura di quello che De Mauro ha detto. A sua volta la pedagogista Loredana Perla, che ha coordinato la commissione per la revisione delle indicazioni nazionali e delle linee guida della scuola, a commento di alcuni dati sulle scarse capacità di comprensione dei testi degli adulti italiani dai 16 ai 65 anni, ne ha indicato come causa  «decenni di sfiducia nell’analisi grammaticale e logica, nell’insegnamento di regole ortografiche e sintattiche, sull’onda infausta delle Dieci tesi per un’educazione linguistica democratica di Tullio De Mauro che ancora lambisce le pratiche dell’insegnamento dell’italiano».

 

L’attacco è stato rivolto all’educazione democratica, e non si è limitato alle parole: basta riguardare i provvedimenti di questi anni sulla valutazione, l’esame di stato, il voto in condotta, fino alle nuove indicazioni nazionali per i curricula scolastici. Un’azione politica di disciplinamento, in effetti abissalmente distante dall’idea di scuola di De Mauro.

 

Riporto un passo da La cultura degli italiani, libro intervista a cura di Francesco Erbani, in cui De Mauro risponde ad una domanda su cosa dovrebbe fare in concreto la scuola:

“Direi, con una formula astratta, dare a tutte e a tutti, nessuno escluso, una piena autonomia di movimento nella società e nell’intera cultura di oggi: e quindi saper partire dal gruzzolo di capacità con cui bambine e bambini, ragazze e ragazzi entrano nelle scuole e non negarlo, ma capirlo e arricchirlo progressivamente, portandoli attraverso gli anni a saper controllare se stessi in rapporto agli altri, le proprie scelte di vita attraverso la conquista di  linguaggi antichi e nuovi, di tecniche operative, di saperi critici, stori e scientifici”.

 

Un’attenzione alla personale fioritura di ognuno, che oggi a mio parere avrebbe bisogno anche di educazione sessuale ed affettiva (ma Valditara vuole vietarci anche questa).

 

 

La questione che vorrei affrontare con questo contributo non è però la difesa di Tullio De Mauro, la cui statura intellettuale e morale parla da sola. L’importanza di De Mauro linguista è un fatto.  Come lo è quella di De Mauro politico, del suo impegno democratico per la scuola pubblica.

 

La questione politica è cosa vogliamo fare noi, in particolare noi che siamo nelle istituzioni, noi forze di opposizione. Cosa può essere oggi quello che lui chiamava “il partito della scuola”, trasversale alle forze politiche e sociali, l’alleanza di chi ne vede la centralità per la democrazia e per la libertà delle persone, nessuno escluso. Partito che sa che bisogna metter mano al portafoglio, per riprendere una sua espressione, per finanziare la scuola, e anche pagare meglio gli insegnanti.

 

E come vogliamo confrontarci non solo con il suo pensiero, ma con il cittadino che ha saputo essere.

Sempre nell’intervista a Erbani, Tullio De Mauro ricorda come il filosofo Guido Calogero, ad un certo punto della sua vita mise al centro della sua riflessione la scuola, mentre a parlare di scuola erano solo pedagogisti e “scuolologi”. Per questo impegno Calogero ebbe un ruolo importante nella battaglia per la scuola media unificata. Mentre ancora oggi in genere gli intellettuali continuano a non occuparsi di scuola, Calogero per occuparsene sacrificò tempo alla sua ricerca.

 

De Mauro ricorda che negli anni 50, in un Paese per metà analfabeta, il liberal socialista Guido Calogero si rende conto di questa realtà e non resiste, lascia da parte cose più nobili per occuparsi di scuola. Guido Calogero non ha mai dato seguito alla storia della logica antica che aveva iniziato ma, sono parole di De Mauro: “ha suscitato tra gli amici del Mondo e tra i laici un’attenzione che non c’era e questo ci ha aiutato ad ottenere la scuola media dell’obbligo.”

 

Faccio questa lunga citazione perché più avanti Tullio De Mauro ricorda il suo impegno da assessore nel Lazio, impegno che accettò perché sarebbe dovuto durare poco, che invece lo impegnò per ben tre anni, periodo nel quale gli studi di linguistica erano andati avanti.

Quando finalmente poté tornare alla ricerca, rifiutò una candidatura alla Camera, “avevo già perso molto tempo” – parole sue – “soffro di lacune createsi in quegli anni”.

 

Eppure, in seguito, sempre pressato dalle urgenze della realtà, accettò di fare il Ministro, di proseguire quella fase di riforme iniziata con Luigi Berlinguer e i governi dell’Ulivo, richiamato dal fatto che un intellettuale non può girarsi da un’altra parte, di fronte all’ analfabetismo funzionale, alla dispersione scolastica, alle disuguaglianze, anche quelle digitali, di cui si occupò con la fondazione Mondo digitale.

 

Lo ha fatto avendo sempre presente quel comma due dell’articolo 3 della Costituzione, secondo cui è compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana.

 

E non a caso quel libro intervista con Francesco Erbani si conclude parlando di un mondo in cui tutte e tutti possano essere, a turno, governanti e governati, e “quindi abbiano una sufficiente dote di competenze per muoversi liberamente nello spazio delle società e della cultura (alte e basse, tecniche e intellettuali) e per capire la follia dello scannarsi a vicenda tra popoli, culture, credenze.”

 

Per questo mi sembra così importante, sul finire di questa disastrosa legislatura e in vista della prossima, ricominciare, anche come forze politiche, a parlare di Tullio De Mauro, che ci ha lasciato una grande eredità politica, etica e umana verso cui dobbiamo sentici responsabili.