Se vogliamo che l’Europa conti davvero nel XXI secolo, dobbiamo smettere di trattare il digitale come se fosse solo una questione tecnica. Non è un caso che Leone XIV abbia scelto l’IA come argomento della sua prima enciclica. È una questione di democrazia, di lavoro, di sovranità, di sicurezza. Il gruppo S&D al Parlamento europeo lo dice chiaro nei suoi documenti di indirizzo e nelle scelte parlamentari: senza un’infrastruttura digitale europea, che ponga al centro i cittadini e i consumatori attraverso l’indirizzo degli investimenti e il protagonismo pubblico, che valorizzi l’immensa ricchezza di un ecosistema imprenditoriale europeo di prima grandezza e lo emancipi da Big Tech e da potenze straniere, non c’è autonomia strategica che tenga.
Siamo in grande ritardo e ci vorrà del tempo. E’ ovvio che ci sarà una fase di transizione ma l’importante è individuare una via giusta, la rotta che vogliamo seguire, e mettersi in cammino.
Siamo troppo dipendenti
Oggi oltre l’80% dei servizi digitali essenziali in Europa gira su piattaforme e cloud di proprietà non europea. Significa che i nostri dati, le nostre comunicazioni, perfino la resilienza delle istituzioni passano da server che non controlliamo, soggetti a leggi di altri paesi.
Questa dipendenza non è solo un rischio economico. È una falla di sicurezza, un freno alla competitività, un limite alla nostra capacità di proteggere la democrazia dalle minacce ibride e dalla disinformazione. Le regole da sole non bastano: GDPR, DSA e DMA sono fondamentali, ma se non costruiamo alternative europee restiamo spettatori.
L’infrastruttura digitale come servizio pubblico essenziale
La risposta è costruire un’Infrastruttura Pubblica Digitale europea. Non si tratta di nazionalizzare internet, ma di creare una spina dorsale condivisa, sicura, interoperabile, basata su standard aperti e sul rispetto dei diritti fondamentali.
Può essere immaginata come l’acquedotto o la rete elettrica del XXI secolo: un bene comune che garantisce accesso universale, trasparenza e fiducia. Deve funzionare per i cittadini e non solo per i mercati. E deve essere progettata fin dall’inizio per includere chi vive nelle aree rurali, chi ha meno reddito, chi rischia di restare indietro.

Controllare tutti i livelli della catena
La sovranità digitale si gioca su tre livelli:
Hardware: senza chip europei non c’è IA, non c’è difesa, non c’è industria. La legge sui chip è stata un primo passo, ma serve un “Chips Act 2.0” con finanziamenti stabili, appalti congiunti strategici, sostegno alle PMI e una filiera delle materie prime che rispetti ambiente e diritti. Dobbiamo coprire tutta la catena, dalla progettazione al riciclo.
Connettività: fibra, 5G e 6G devono arrivare ovunque, a prezzi accessibili. La connettività è un diritto fondamentale, non un lusso. La futura legge sulle reti digitali deve creare un vero mercato unico, semplificare le autorizzazioni e spingere su infrastrutture energeticamente efficienti, anche con data center alimentati da rinnovabili.
Spazio e dati: programmi come IRIS², Galileo e GovSatCom sono strategici per comunicazioni sicure e autonomia. Allo stesso modo, i data center devono crescere senza scaricare i costi sulle bollette delle famiglie. Li vogliamo efficienti, alimentati da rinnovabili, localizzati dove c’è energia pulita e bassa congestione di rete.
Cloud, IA e piattaforme: costruire alternative europee
Non possiamo lasciare il cloud e l’intelligenza artificiale in mano a tre fornitori non europei. La legge sullo sviluppo del cloud e dell’IA deve creare un ecosistema federato europeo, con spazi dati come beni comuni, standard aperti, open source e regole chiare sulla localizzazione dei dati sensibili.
E serve coraggio sulle piattaforme. Vogliamo un consorzio pubblico-privato per creare piattaforme europee affidabili: un “EU-Tube”, una rete sociale europea, strumenti educativi digitali basati sul nostro patrimonio culturale. Non per copiare la Silicon Valley, ma per offrire alternative che rispettino democrazia, pluralismo e privacy. Un marchio di “bene comune di Internet” può aiutare i cittadini a riconoscere chi gioca secondo le nostre regole.
Soldi, appalti, competenze
Per colmare il gap di investimenti – stimato in 150 miliardi all’anno – occorre entro il 2030 una strategia industriale digitale unificata. Il Fondo per la competitività, InvestEU, la BEI devono scalare tecnologie critiche e infrastrutture pubbliche digitali. Gli appalti pubblici devono diventare leva di sovranità: “Buy EU” e “Buy Secure” come regola, non come eccezione.
Senza competenze non si va da nessuna parte. Gli investimenti in ricerca di base, innovazione dirompente attraverso FP10/Horizon Europe sono essenziali. Altrettanto fondamentale sarà prevedere che i programmi di formazione abbiano obiettivi vincolanti per l’alfabetizzazione digitale universale, soprattutto nelle regioni più deboli e per i gruppi vulnerabili.
Sovranità non vuol dire isolamento
L’Europa deve guidare la definizione di standard globali su flussi di dati, etica dell’IA, open source. I consigli per il commercio e la tecnologia con partner come India e Giappone sono lo strumento giusto. Ma una cosa è negoziare, un’altra è accettare accordi che limitano la capacità dell’UE di proteggere i diritti fondamentali.
In sintesi: il Gruppo S&D vuole un’Europa digitale che metta le persone al centro, che investa in infrastrutture pubbliche, che usi gli appalti per creare mercato europeo, che protegga i diritti senza rinunciare all’innovazione.
La sovranità digitale non è un muro. È la condizione per restare aperti, liberi, indipendenti. E il tempo per passare dalle dichiarazioni alle aperture e al lavoro dei cantieri è adesso.
Nicola Zingaretti è capodelegazione Pd al Parlamento europeo



